DA ETERNIT E’ TUTTO

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Storiacce italiane e… mondiali. Perché di rocce famose stiamo parlando, di difficoltà altissime, di prestazioni che hanno fatto sognare più di una generazione di climbers non solo italiani. Con due vittime: la roccia, inesorabilmente rovinata, e la verità, che cerchiamo di ristabilire, almeno in parte, con le prove e le testimonianze che abbiamo raccolto. Questo articolo di Andrea Gennari Daneri è stat pubblicato sul bimestrale Pareti nel 2022, all’interno del numero 145.

Nel numero 144 di Pareti cartaceo avevamo dedicato un lungo pezzo all’Italia “scavata”, alla sua tanta roccia piegata agli interessi più o meno nobili dei suoi sicari, interessi sempre meno nobili partendo dalla fine degli anni ’80 fino ai giorni nostri, quando ormai il “chipping” è considerato un reato anche se non punibile penalmente. Infatti il tema è attualissimo, perché gli scavi e le modifiche di vie, anche già liberate e straliberate, continuano. Non lo diciamo solo noi che battiamo su questo chiodo da più di vent’anni: senza metterci d’accordo, i nostri colleghi transalpini della rivista Grimper hanno pubblicato in marzo un voluminoso “dossier ethique” esattamente a questo riguardo. Francesi a parte, il nostro pezzo del 144 aveva anche l’ intento di aprire la pista all’articolo che state leggendo adesso, per rendere più complessiva, e quindi complessa, la visione di un problema molto sfaccettato e che altrimenti avrebbe potuto essere letto, ma solo ed esclusivamente volendolo, come una sorta di accanimento verso un climber piuttosto che un altro. 

Nella foto di portata dell’articolo: selfie di celebrazione a Saint Loup per Scarian (a sinistra) e Zanolla (a destra) alla base di Bain de Sang storico 9a (8c+) di placca dei fratelli Nicole. In questa foto Alessandro Zeni durante la RP di Eternit (“per me è più facile di Energia Cosmica 9a+, comunque diciamo 9a+“), foto Manrico dell’Agnola/Karpos. Nella foto è ben visibile, nella parte alta, il largo tappo di cemento che separa “O ce l’hai o ne hai bisogno” dalla sua prosecuzione, cioè Eternit. Ancor più evidenti sono i diversi metri cementati nella sezione iniziale, “lavoro” sicuramente eseguito dopo la libera di Zanolla 

I tipi di scavatore

Nel numero scorso abbiamo cercato di tipizzare le figure di scavatore, navigando tra le mille sfumature, livelli di intervento sulla roccia e motivazioni dei “perpetratori”. Dicevamo che ci sono stati casi di aree in cui l’esperienza scavatoria si è conclusa con la vita verticale dei loro protagonisti, gente solitaria che prima ha trapanato, poi si è stancata di trapanare e ha dedicato le sue energie altrove.

Eternit: presa smartellata a metà parete. Sul passaggio di “O ce l’hai o ne hai bisogno”. 

Poi ci sono stati i tantissimi casi di scavatori rinsaviti, quelli degli anni ’90. Cioè coloro che hanno capito che non era più aria e che le pareti scavate dovevano essere considerate esperienze chiuse, se si voleva che la scalata andasse avanti nel modo corretto, sano e aperto al gioco e alle possibilità accresciute delle nuove generazioni. Il peggio è avvenuto nella tipizzazione numero tre, quella dei non rin-saviti, quella di chi ancora considera la roccia come una lavagna su cui creare linee a piacimento e possibilmente facili, in modo da accrescere la propria popolarità di “benefattori” del popolo verticale.

Presa smartellata a metà Eternit. In ingresso al passaggio di “O ce l’hai o ne hai bisogno 

Simile a questo appiattire le difficoltà a un livello basso ma forse ancora più grave per l’aggravante della professionalità, è lo scavo da parte delle guide per portarci i clienti: falesie di comodissimo accesso, ridotte a scale di quarto e quinto grado per renderle appetibili (?) a un pubblico di neofiti non in grado di percepire la differenza tra una via scavata e una naturale. Quello che ci interessa di più in questo frangente è il quinto tipo, lo sca-vatore top climber. Quello che è arrivato non solo a grattare il massimo livello dei gradi umani, ma anche a grattare la roccia in modo saputo, clinico, chirurgico.

Presa smartellata sul passaggio chiave di “O ce l’hai..” (a metà via). Jolly aveva fatto il raffronto utilizzando il video Verticalmente Demodè in cui si vede bene che c’era una polliciata di mano destra. 

Talmente specializzato da essere a volte mimetico, difficilmente distinguibile dal naturale. C’è quello che lo fa per prepararsi una via allineata al suo desiderio di passarci sopra del tempo (lungo o corto a seconda che gli piaccia il lavorato breve o quello lungo); c’è quello che lo fa sulle vie già liberate da altri, per poter dire di esserci passato anche lui (e questo è il caso degli interventi più fetidi, più chirurgici e difficili da smascherare, il caso più classico è la creazione di un appoggio strategico, utilizzabile solo per i piedi ma magari essenziale per l’imbroglione).

Presa smartellata e levigata sul passaggio chiave di Eternit (circa 30 cm sotto alla seconda foto della pagina a fronte), in uscita dalla via. 

E poi c’è il caso ancora più malato, forse il top della psicosi legata all’arrampicata: quello del climber che libera la via, la dichiara e successivamente la smartella, carteggia, sbecca, tappa per rendere difficile ma non impossibile una ripetizione. Un’attività a posteriori, insomma, destinata a gonfiare l’ego del per-petratore e l’ammirazione della collettività che abbocca all’amo, magari pure ammirando l’umiltà del primo salitore, che aveva dichiarato un grado basso in rapporto alla “reale” difficoltà.

Presa scavata e lucidata sul passaggio chiave di Eternit in uscita dalla via circa un metro e mezzo sotto il bordo della parete. 

Una nuova versione prima o poi ripetibile malgrado i danneggiamenti e le modifiche, così come qualcuno ha battuto dopo vent’anni il record di Bob Beamon nel salto in lungo, accreditando ancora di più, in questo modo, il valore della prima salita. La casistica a riguardo è assai più ampia di quanto possiate pensare: in questi primi quarant’anni di sportiva se ne sono visti di tutti i colori, dagli appigli rotti o chiusi per impedire metodi alternativi agli spit allontanati dopo la prima libera alle vie martoriate dopo la liberazione per far “trovare lungo” agli aspiranti ripetitori. Un bello schifo senza epicentri; ce n’è in tutto il mondo. 

Appoggio levigato in ingresso al passaggio chiave di Eternit (parte alta della via), allo stessa altezza della fessura cementata, circa 1 metro più a destra 

Il caso delle vie di Manolo

Qualche volta questi disastri hanno riguardato vie-mito e, tra questi pochi casi rari, spicca in Italia la preoccupante concentrazione di vie chiodate e liberate da Maurizio Zanolla, in arte Manolo; che in Italia, ma non solo, sorveglia dai poster molte camere da letto e bunker di allenamento di climbers che oggi hanno dai trenta ai sessant’anni. In un certo senso vie “mito”, vuoi per il rapporto difficoltà/periodo di apertura, vuoi per il rapporto difficoltà/età anagrafica del top climber di Feltre e primierotto d’adozione. Da tanti anni si parla, tra gli addetti ai lavori, di “cose strane” capitate a quelle vie dopo la prima salita: a diversi aspiranti ripetitori non tornavano i conti con la difficoltà dichiarata e con l’incongruenza di foto e di filmati con la realtà sul campo. Le voci, il tam-tam della falesia, ovviamente, lascia sempre il tempo che trova; ci voleva qualcuno che avesse il coraggio di mettere nero su bianco quello che aveva visto e toccato con mano. 

Appoggio levigato in ingresso al passaggio chiave di Eternit (circa un metro e mezzo sotto la sosta di “O ce l’hai o ne hai bisogno” (parte alta della via) 

Jolly dedicò un’intero capitolo della sua autobiografia alla sua “visita guidata” a Eternit, guidata perché accompagnato dallo stesso Manolo sul posto e sulla via, mettendo nero su bianco che la via non era affatto la stessa documentata nel video “Verticalmente demodè”, dedicato alla prima salita di Eternit da parte di Zanolla: Lamberti documentava, con tanto di foto, che molti appigli erano spariti, che intere sequenze erano ormai impossibili da fare nello stesso modo del video, ma dicendo anche che per Manolo, quel giorno, tutto sembrava normale sulle rocce del Baule. Approfondiremo più avanti questa circostanza, intervistando direttamente Jolly. Da allora solo rumors e schermaglie social tra “colpevolisti” e “innocentisti”, cioè tra coloro che sostenevano che Jolly avesse ragione a lamentare i danneggiamenti e gli altri che in sostanza sostenevano che Jolly non avesse (mai avuto) il livello di Manolo e parlasse per invidia e frustrazione. 

Sika sul passaggio chiave di “O ce l’hai..” a metà via 

Dopo la salita di Alessandro Zeni su Eternit dello scorso anno si può finalmente dire che tutte le vie contestate siano state salite rotpunkt da terzi malgrado le “cose strane” loro accadute e da quel momento, in un certo senso, il velo, più o meno pietoso, avrebbe potuto stendersi, anche considerato il naturale affievolirsi della notorietà sia di quelle vie che del loro apritore, assai lontano dall’immaginario di una nuova generazione che ha altri idoli, tipo Ondra o Ghisolfi e magari pure Zeni. Malvazja, Eternit, Solo per vecchi guerrieri, Cane grigio, Il mattino dei maghi, Pinne Gialle sarebbero state nel giro di un decennio inghiottite nel rebelot ormai infinito di numeri, nomi e gradi delle falesie mondiali. E noi non avremmo preparato questo articolo/ inchiesta. 

Lista tappata sul traverso che da sinistra va verso destra appena dopo il passaggio chiave di “O ce l’hai..”. 

L’intervista web ad Up Climbing

Fino a pochi giorni dopo la salita di Zeni su Eternit, qualsiasi manipolazione di quella e delle altre vie era sempre stata negata, sia da Manolo sia dalle persone che gli sono vicine. Addirittura la salita “trad” di Pinne Gialle da parte di Zanolla era stata salutata dai suoi fans come la dimostrazione che su quella via niente era stato modificato rispetto alla prima salita con gli spit e che quindi, per la proprietà transitiva, lo stesso doveva dirsi per tutte le altre linee. Finché non è successo un fatto dirompente poco dopo la salita di Zeni: Manolo (che con Pareti non ha mai voluto parlare) ha rilasciato un’intervista al sito web Up-Climbing, nella quale l’intervistatore NON gli ha chiesto di Jolly o di manipolazioni su Eternit. Ma lui ha voluto parlarne lo stesso, ammettendo per la prima volta che ci fossero delle differenze tra la via percorsa da lui e quella salita da Zeni, parlando di due sole croste saltate rispetto ad allora e dichiarando anche di aver ricostruito un appiglio saltato nel finale.

Un’opera di contro arte verticale: “Presa a mosaico” costruita con sika sulla parte alta della via (dim. circa 10 x 15cm) sul passaggio chiave di Eternit. 

Ma non si è fermato qui: ha anche tirato in ballo un nuovo fantomatico personaggio: Cit: “Io non sono il padrone e nemmeno il guardiano di quel luogo anche se gli sono molto affezionato per molteplici motivi ma non sono l’unico che lo frequenta, ogni volta che passavo da quelle parti vedevo spesso tracce di magnesite e lassù, per quanto strano, mi sono sparite tre corde e un set di rinvii. Un giorno mentre passavo sotto la falesia ho trovato anche uno scalatore che stava provando Eternit da solo, con la corda dall’alto. Era lo stesso che quando aveva provato la via immediatamente dopo averla liberata mi aveva inviato un messaggio dicendomi che sotto mancavano appigli e in alto erano saponette, cosa strana perché in quasi tre anni di tentativi non l’avevo mai incontrato da quelle parti.” Vi invitiamo a leggere attentamente l’intervista qui

Ingrandimento della parte superiore della foto precedente 

Insomma, anziché fare i complimenti a Zeni e chiuderla lì, Manolo ha sentito il bisogno di introdurre l’esistenza di un climber misterioso, non solo forse manipolatore delle sue vie, ma anche ladro di materiale in parete. Forse abbiamo letto male le sue parole, ma è un dato di fatto che non abbia né fatto il nome e cognome di questa persona né che il giornalista gliel’abbia chiesto. E questo non va bene. Questo ci ha stimolati ad approfondire. 

Le nostre dieci domande a Manolo

Ecco perché, a quel punto, glielo abbiamo chiesto noi: chi è il manipolatore mascherato? E già che ci siamo, è possibile dare alcune delucidazioni a riguardo di altre vie sulle quali ci sono state contestazioni in passato? Quando abbiamo preso questa decisione era gennaio e avevamo deciso di rendere pubbliche queste domande attraverso il nostro sito web pareti.it, perché fosse chiaro a tutti che eravamo (e siamo tuttora) interessati a sentire direttamente la campana di Manolo a riguardo di Eternit e delle altre vie. Abbiamo cercato di essere i più circostanziati possibile e abbiamo lasciato ampio spazio temporale per una risposta ragionata, ma da Gennaio a oggi, chè è Agosto, non ne è pervenuta alcuna. Inoltre abbiamo messo in piedi un’inchiesta fotografica che fosse in grado di dimostrare che tutti quegli appigli di cui si parlava tanto fossero stati effettivamente manipolati. Un conto, infatti, è fidarsi di quello che ti riferiscono i climbers, una cosa è avere in mano le prove inconfutabili che le vie siano state davvero ritoccate, limate, spaccate e addirittura cementate come nel caso di Eternit. 

Eternit: grande fessura tappata da cemento a tre quarti della via dove finisce “O ce l’hai..” e inizia Eternit. Dimensioni approssimative 50 cm x 15 cm. 

A questo proposito scegliamo una foto su tutte, che stoppa qualsiasi disquisizione di lana caprina sulla differenza di condizioni di Eternit non solo tra i poli temporali estremi (la salita di Zanolla nel 2009 e quella di Zeni nel 2021), ma anche tra la visita del 2010 del belayer-fotografo Andrea Gallo, che sul web (sito Planetmountain) aveva testimoniato della salita con un resting di Manolo. Eccola qui sotto a destra, per gentile concessione di A.Gallo) Tra il prima (visita di Gallo – sotto) e il 2021 (sopra), ne converrete, c’è una certa quantità di cemento di differenza già solo allo start della via. Stiamo parlando di interventi pesanti, signori, roba da gente stramotivata a portare in pare-te non solo il materiale per smartellare, limare o al limite resinare.

A sinistra: Andrea Gallo e Manolo davanti allo start di Eternit; a destra lo start attuale: cemento dove prima stava la corda

Qui si parla di secchi di cemento scammellati su per un sentiero lun-go un’ora e mezza, per non parlare poi della logistica da muratore una volta arrivati alla parete. Altro che le tre croste saltate di cui parla Zanolla nella intervista ad Up Climbing. Questi sono fatti, non pugnette. Questo è cemento, non croste. Le foto che pubblichiamo sembrano prese dalla ristrutturazione edilizia di un muro di una casa, invece è Eternit. E chiunque abbia voglia di andare a verificare e toccare con mano, lo potrà facilmente ve-dere coi suoi occhi: il museo delle assurdità al Baule è sempre aperto ed è gratis.

Le altre vie dell’elenco

Fatto trenta, bisognava fare trentuno, e così abbiamo cercato di approfondire anche lo stato delle altre vie elencat nelle nostre 10 domande, lasciando perdere altre ancora oggetto di contestazioni, come “Appigli ridicoli”, limitrofa ad Eternit sul Baule. C’é Malvazjia 8b+ a Dvigrad, Croazia, ripetuta da Cody Roth dopo ventidue anni e valutata dall’americano 8c+. Un fiume di parole è già stato speso su questa tardiva ripetizione sia su questa rivista sia sul sito Planetmountain . Anche in questo caso si parla di croste eventualmente saltate. Noi pubblichiamo le foto della situazione attuale della via e saranno i lettori a farsi un’idea a riguardo.

Gli scavi e le smerigliate su Malvazja 

Meno remota è la location di “Solo per vecchi guerrieri“, una breve multipitch aperta e liberata da Zanolla sul “Gran Burrone” nel 2006, il cui tiro chiave era stato valutato 8c+/9a e quindi automaticamente una delle multipitch più estreme delle Alpi per l’epoca. Ovvio che la via ricevesse del traffico già da subito. Ma l’unico che ebbe la rapidità di ripeterla allo stato naturale fu Mario Prinoth; già nel 2007 gli appigli del tratto chiave apparivano smerigliati come un 6b di Lumignano dopo trent’anni di viavai. Le foto che pubblichiamo sono appunto datate 2007 e di per sè possono risultare poco significative perchè “staccate” dal contesto di roccia ruvida e bombproof che c’è tutt’intorno. Chiunque abbia fatto alla roccia il “lavoretto” sapeva dove andare a ritoccare, tanto che Marco Ronchi, per esempio, ammette di aver trovato una sequenza alternativa più a sinistra.

Le prese smerigliate sul crux di Solo per vecchi guerrieri al Gran Burrone 

Del passo chiave di Cane Grigio 8b in Totoga pubblichiamo una foto che parla da sola, mentre per “Il mattino dei maghi” primo 7c+ italiano, la situazione è più complessa; in questo caso il focus non è sulla roccia rovinata, bensì sui chiodi presenti e poi assenti nel corso degli anni. La sola salita documentata della via, tra l’altro in stile purissimo trad, è quella della coppia Zeni-Scarian, peraltro vergognosamente censurata da quei siti che normalmente pubblicano anche quando il numero 1000 del mondo fa una puzzetta. 

Totoga: le prese chirurgicamente sbeccate solo sul chiave di “Cane grigio”, 8b, in uno specchio di roccia altrimenti a prova di bomba.

… e poi c’è Pinne Gialle

Pinne Gialle è una bella linea chiodata (a fix calandosi dall’alto) e liberata da Manolo in Tognazza, lavagna di porfido anomalo nel cuore delle Dolomiti. L’anno era il 2014. Zeni e Scarian fecero una prima ricognizione per ripeterla. Quando tornarono la seconda volta trovarono il tiro chiave modificato. Non lo dichiararono attraverso i canali “ufficiali” ma comunque i messaggi privati vennero pubblicati, con una operazione dalla legittimità editoriale molto dubbia, su una pagina del Gognablog. Sulla stessa pagina potrete trovare il sequel: Manolo che torna sulla via e dichiara che tutto era invariato (e quindi, per la proprietà transitiva, inventato da Zeni e Scarian). E poi, come in una serie televisiva, c’è pure la seconda stagione: Manolo torna ancora una volta sul tiro chiave. Lo schioda e gli dà un’unica ulteriore botta, questa volta trad, dichiarando di averla percorsa posizionando dal basso non tutti i pezzi. In una intervista ad Up Climbing ne parla anche il suo belayer di quel giorno, la guida Eric Girardini: “Oggi ho tenuto la corda al Vecio Alpin Manolo che dopo aver tolto tutti gli spit al tiro duro di Pinne Gialle, lo passeggia a friends e nuts, al primo giro, senza riscaldamento, e con il caldo torrido di mezzogiorno di questi giorni anomali! Grande vecio, 60 anni e non sentirli! Grado proposto 8a facile!” . Bene, bravo, ma per la prima trad di quella via occorrerà il bis, perchè Manolo non ha fatto la prima trad di Pinne Gialle, questo è sicuro. Il trad si fa piazzando i pezzi dal basso e non martellandoli all’interno delle fessure calandosi prima dall’alto. E le rotpunkt si fanno moschettonando tutti i rinvii in sequenza, non partendo con la quinta protezione già passata in top rope, come ha fatto Manolo. Siamo sicuri di quello che diciamo perché se la cordata Zanolla – Girardini non ha documentato la salita con un video, ci hanno pensato altri: quel giorno lo stadio Tognazza aveva spettatori, magari maldestri con le batterie, ma comunque dotati di un cellulare che ha ripreso gran parte della salita. E, almeno limitatamente a quello che si vede nel video che abbiamo pubblicato sul nostro canale youtube, nessun pezzo è stato messo dall’imbrago alla parete e il quinto pezzo era già passato a proteggere con la corda dall’alto la prima parte del tiro. Uno spit era ancora presente in parete (vicino alla sosta) e si vede anche Manolo, con la corda dall’alto, preparare la salita martellando un dado in una delle fessure per assicurarne la stabilità. Insomma: i veri trad climbers sanno che Pinne Gialle è ancora da fare in questo stile. 

Conclusioni

Dal materiale che abbiamo raccolto, ancora prima che dalle testimonianze, risulta evidente che praticamente tutte le linee – mito di Maurizio “Manolo” Zanolla hanno subito modifiche, da leggere a pesantissime, talvolta prima e sicuramente dopo la prima rotpunkt. Chi è stato? Impossibile dirlo con certezza, perchè non esiste videosorveglianza sulle rocce. Fu Manolo stesso? Fu uno stalker incappucciato e tanto esperto da ritoccare in modo selettivo i tratti chiave delle vie? Per più volte nel corso degli anni e in luoghi diversi? Non si sa. Perchè è stato fatto? Questo lo lasciamo al vostro giudizio. Perchè abbiamo messo in piedi questo pezzo? Perchè l’arrampicata è l’attività più bella e anche più anarchica del mondo, ma ci sono delle righe che nessuno mai dovrebbe sognarsi di oltrepassare, mentre quello che è stato fatto alla roccia, in questo caso (che coinvolge campioni, sponsors e soldi) e in migliaia di altri casi meno famosi, non dovrebbe più accadere per salvaguardare il futuro stesso del nostro sport. 

LA TESTIMONIANZA DI RICCARDO SCARIAN

Riccardo Scarian

Classe 1968, Guida Alpina, Tracciatore internazionale Istruttore e allenatore nazionale di arrampicata, 6 volte campione italiano, livello 9a in falesia diverse vie nuove in montagna fino all’8b+, prima trad del “Mattino dei Maghi”, seconda on sight del “Pesce” in Marmolada

Com’è stato il primo contatto con Manolo?
Avevo 16 anni quando iniziai ad arrampicare, era l’84 e l’arrampicata mi affascinava moltissimo. Ero attratto da quel mondo un po’ fuori dagli schemi. In valle si sentiva parlare di Manolo, un arrampicatore che saliva ovunque, divenne subito il mio mito. Iniziai ad avvicinarmi alla scalata con alcuni amici arrampicando nelle falesie della zona e su qualche via classica sulle Pale di San Martino. Un giorno ebbi la fortuna di vedere scalare Manolo in falesia e forse lui aveva notato me, allora ancora un ragazzino. Tant’è che qualche giorno più in là, mentre stavo in strada con degli amici, accostó il suo WV color viola, abbassò il finestrino e mi chiese se all’indomani avessi voluto andare a scalare con lui al Totoga. Rimasi esterrefatto, non stavo più nella pelle! Andammo a scalare sulla via “lucertola schizofrenica” in Totoga, non potevo credere che avevo scalato con il mio mito, uno tra i più forti arrampicatori di quell’epoca.

Sei stato il compagno di cordata più longevo di Zanolla. Poi?
Si, ho arrampicato diversi anni con lui. In quegli anni abbiamo fatto belle salite assieme, ripetuto vie dure e aperto “cani morti”, una via molto bella e difficile sul Campanile Basso di Lastei. Personalmente credevo ci fosse una bella e sana amicizia, si andava anche in vacanza in Sardegna assieme. Nel 2006, dopo la salita di Bain de sang, andammo a scalare a Fonzaso. Lui su “diaboluna” 8c (via che
avevo già salito nel ’99) ed io sulla mia “Drumtime”. Le due vie hanno la stessa uscita dove il passo chiave consiste in un dinamico da un bidito ad una lista. Manolo durante i suoi tentativi si arrestava sempre a quel dinamico. Poi un giorno mi telefonò e mi disse che era stato a scalare a Fonzaso (non so con chi, strano visto che scalava quasi sempre con me in quel periodo) e che aveva trovato un nuovo metodo per superare quel passaggio. Io rimasi molto perplesso e gli dissi: “ok domani andiamo e vediamo”. Appena ci misi le mani mi accorsi che erano usciti dal nulla tre appoggi nuovi e una presa sulla parte sinistra, una nuova variante che eliminava il dinamico rendendola più facile. Mi arrabbiai molto, ma non servì a nulla. Io liberai comunque “drumtime” utilizzando le prese che c’erano originariamente, ma la variante rimase. Successe una cosa analoga su “no man’s land” 8c da me chiodata e liberata. Sapevo che la stava provando e un giorno andai a scalare in quel settore. Decisi di fare un giro su “no man’s land”. Subito mi accorsi che erano nati nuovi appoggi e un piccolo bidito era diventato un comodo tridito! Lo chiamai subito ma mi rispose che aveva solo “pulito”. Gli dissi che era il caso di parlarne di persona, così lo invitai a casa mia davanti ad una bottiglia di buon vino. Dopo aver discusso gli feci
un’ultima domanda guardandolo negli occhi: “te per me sei un amico, io per te che cosa sono?”. Dopo questa domanda abbassò lo sguardo e non rispose. La nostra amicizia fini quel giorno.


Dopo la separazione tu da solo e poi con Zeni avete cercato di ripetere le vie dichiarate da Zanolla. Un interesse particolare?
In realtà ripetei molte delle sue vie ben prima della separazione. L’interesse verso queste vie era soprattutto motivato dal fatto che erano le vie più dure di quell’epoca. Le avevo vicine a casa ed ero
stimolato a confrontarmi. Nel 1990 ripetei “Terminator” e nel 1991 feci la prima ripetizione di “Ultimo movimento” e di molte altre. In verità non è una questione d’interesse particolare per le “sue vie”. Con Ale Zeni abbiamo scalato e scaliamo in tanti posti che non portano la sua firma. Semplicemente ci piace questo stile di scalata, congeniale ad entrambi e avendo tante falesie qui in zona negli anni ci siamo
confrontati con quasi tutte le vie più difficili della valle e aperto anche nuovi itinerari di alta difficoltà.


Oltre a Eternit quali altri tiri suoi hanno subito delle gravi modifiche?
Molti tiri sono rimasti uguali, i tiri che hanno subito modifiche sono quelli più duri e qualche storico. Oltre ad “Eternit”: “Appigli ridicoli”, “Cane grigio”, “Trimurti”, “Solo per vecchi guerrieri” e qualche minore.
Focalizziamoci su Eternit: come hai visto cambiare la via? La prima volta che andai al Baule fu nel ‘89 proprio con Manolo. Feci la prima ripetizione di “O ce l’hai o ne hai bisogno” a fine anni ’90. Poi ci fu una modifica e la ripetei nuovamente nel 2001. Stessa sorte per la vicina “Appigli ridicoli”. “Eternit” la provai appena dopo la libera di Manolo nel 2009, con un po’ di tentativi riuscii a fare tutti i movimenti. Successivamente mi accorsi che lievemente qualcosa stava cambiando, ma forse era solo un mio dubbio, un dubbio che svanì dopo che Andrea Gallo scrisse il suo articolo. Scrissi così a Zanolla
complimentandomi con lui e dicendogli che forse mi sbagliavo. Tornai ancora su “Eternit” ma mi accorsi che invece ci avevo visto giusto! Ora le modifiche erano più evidenti e un paio di movimenti che avevo
fatto ora non entravano. Persi completamente la voglia e lo stimolo a confrontarmi su una via che sapevo non era più quella di un tempo, una farsa, un gioco che era divenuto sporco. Da allora ci ritornai con Ale Zeni nel 2016, principalmente perché il posto mi è sempre piaciuto e con Ale passiamo sempre delle bellissime giornate.


L’articolo di Gallo ti aveva convinto dell’assenza di modifiche?
Le prime modifiche che notai furono la scomparsa di qualche appoggio per i piedi che nel complesso già portavano a una notevole differenza in termini di difficoltà. Stavo provando la via e ricordo che segnai dei piccoli appoggi in uscita, quando tornai qualche giorno dopo su uno di essi era rimasto il segno di magnesite che avevo fatto ma dell’appoggio non c’era più traccia! C’è da dire che la roccia del Baule è un calcare d’alta quota, decisamente compatto e molto resistente che non si presta a modifiche casuali, stiamo parlando di una roccia come può essere quella del Ratikon o la Marmolada. Comunque si, dopo che lessi l’articolo pensai che forse tutto questo potesse essere comunque una casualità seppur alquanto strana. Per come sono fatto io penso che sia sempre meglio porsi dei dubbi specie quando si tratta di azioni che fatico a concepire come può essere appunto la distruzione volontaria di una parete di roccia perfetta. Dopo quei dubbi iniziali la mia attenzione ai dettagli sulla via era stata ovviamente messa in allarme e quando tornai nuovamente sulla via ci furono delle modifiche talmente evidenti che ogni dubbio svanì. La via aveva subito ulteriori modifiche

Quando Jolly ha pubblicato il suo libro con la storia del suo tentativo vi siete confrontati sull’argomento?

Jolly mi chiamò una settimana dopo che era stato con Zanolla al Baule a provare “Eternit”. Personalmente non sapevo nemmeno che avesse intenzione di venire a provare la via, non aveva detto niente. Mi chiamò solo dopo essere salito lassù con Zanolla dicendomi che potevo essere l’unico a sapere la storia della via. Ci confrontammo e mi disse che aveva notato molte cose che non quadravano.

Dalle foto di Gallo+Manolo pubblicate su Planet alla Eternit attuale quanto nuovo cemento c’è di mezzo?

Direi parecchio! Sul web è facile ritrovare foto che testimoniano i cambiamenti di cui parlo. Ad esempio nel video di Ale su Eternit si vede in maniera evidente che alla base della via c’è una grande quantità di cemento che quando venne Gallo non c’era. Il confronto è piuttosto facile da fare, basta andare a vedere la foto su Planetmountain di Gallo+Manolo alla base della via e vedere come sono invece le attuali condizioni. E quella è solo la partenza! Dopo la visita di Gallo la via ha subito grandi cambiamenti, alcune prese sono state addirittura tappate dal cemento per non poter più essere utilizzate. Dopo aver liberato la via Zanolla scrisse che “la via era totalmente naturale, tranne una presa leggermente consolidata”, basta calarsi sulla via per capire quanto lontana possa essere l’Eternit di allora dalla versione attuale.

Dopo la salita RP di Zeni ti è tornata voglia di riprovare Eternit? 

Inizialmente, dopo aver sbattuto per l’ennesima volta il naso in questi miseri espedienti che non fanno altro che rovinare l’ambiente e la scalata, mi ero ripromesso che su quella via non ci avrei più rimesso le dita. Ne avevo abbastanza, anche perché la stessa cosa mi era accaduta sulla via vicina, “Appigli ridicoli”. All’ epoca scalavamo ancora insieme e la provavamo. Ovviamente lui aveva la precedenza; una volta fatta la RP sarebbe stato il mio turno. Un bel giorno eravamo lassù assieme, lui l’aveva già liberata, e stavo per chiudere il tiro anch’io, ero all’ultimo movimento, lanciai alla tacca buona dove praticamente finiva il tiro e, sorpresona, mi ritrovai 6 metri. più in basso! Al posto della tacca era rimasto un bidito da mezza falange. Ovviamente mi arrabbiai e chiesi subito a Zanolla che diavolo fosse successo. Mi disse che era salito un paio di giorni prima da solo e che provando la via (che aveva appena salito) la tacca buona da due cm. gli era rimasta in mano ma che comunque l’aveva ricostruita uguale. Ci rimasi talmente male che non provai mai più quella via. Questo per dire che capisco bene cosa può aver provato su “Eternit” Ale Zeni: aver superato questo non dev’essere stato per nulla facile, io personalmente di fronte a queste cose perdo semplicemente ogni voglia di rimettermi in gioco. Comunque si, ora che Alessandro ha fatto la nuova versione di “Eternit” e ha filmato e fotografato ogni appiglio e appoggio dopo la sua salita sarei nuovamente motivato e potrebbe essere una bella sfida.

Parlami di “Solo per vecchi Guerrieri”

La provai assieme a Mario Prinoth quando era ancora integra, Mario la fece ancora integra, io in quel periodo avevo i corsi guida e la feci un po’ più in là. Quando tornai a provarla, il 12 Luglio 2007, ero con Daniele De Candido e quel giorno il proprietario della baita sottostante la parete ci disse che il giorno precedente era stato lì Zanolla e lo aveva visto salire dal sentiero e calarsi sulla via, da solo. Sulla via trovammo delle modifiche sul tiro chiave.

“Cane Grigio”: la tua salita viene dopo le evidenti manipolazioni?

L’ho salita RP sia prima che dopo. Feci la prima ripetizione di questa via nei primi anni ‘90. La via all’epoca era composta da due lunghezze, la prima intorno al 7c e partiva a sinistra evitando il boulder d’ingresso della versione attuale per poi traversare a destra. La seconda lunghezza era data 8a e segue la linea odierna, anche se ora alcuni appigli sono misteriosamente scomparsi e altri modificati. Ora è un unica lunghezza di 40 metri e parte dritta, non più a sinistra. Per quanto ne so oltre a me e Alessandro che l’abbiamo fatta lo stesso giorno (esattamente il 5 agosto 2014), credo che l’abbiano ripetuta anche Gianguido Dalfovo e poco tempo fa Peter Moser.

Restiamo in Totoga: “Mattino dei maghi”, primo 7c+ italiano, tu e Zeni avete la prima salita trad filmata. Anche quella è modificata?

Assieme ad Ale abbiamo provato questa via la prima volta a settembre 2016 poco prima della salita di Zanolla. In quell’ occasione non sapevamo che stava tentando la salita anche Zanolla e ricordo che la via era ben protetta. La lunghezza chiave è suddivisa da 4 fessure orizzontali e in ogni fessura erano piazzati diversi chiodi facili da collegare assieme con un cordino aumentando notevolmente la sicurezza della via. Tornammo l’anno dopo, nel frattempo Zanolla aveva ripetuto la via, il 22 settembre. Di tutti quei chiodi ne erano rimasti solo 4 su 40 metri più i 3 chiodi a pressione. Ora la via era decisamente molto più pericolosa e l’ingaggio parecchio più alto. Inizialmente ci diede fastidio la cosa ma ci motivammo a vicenda al punto di decidere di tentarla senza quei chiodi a pressione. Il 7/10/2017 riuscimmo nelle prime due salite trad del Mattino dei maghi utilizzando solo i 4 chiodi normali rimasti, piazzati oltre 30 anni prima dallo stesso Zanolla.

Su Pinne Gialle tu e Zeni avevate fatto un giro poco dopo l’apertura e quando siete tornati l’avete trovata cambiata? 

Si provammo la via subito dopo la libera di Zanolla. In quel primo tentativo, visti i precedenti su altre vie, decidemmo di visionare la via in top rope e riuscimmo entrambi a salire il tiro chiave senza mai cadere. La facilità con cui eravamo saliti ci portò qualche settimana più tardi a provare l’intera via dal basso ma ci rendemmo subito conto che le cose erano cambiate sul tiro chiave. Così perdemmo subito la voglia di continuare e ci calammo, seppur arrivare in sosta non sarebbe stato un grosso problema visto che gli spit erano piazzati ogni metro e mezzo. Non si trattò di un problema legato alla difficoltà o alla pericolosità ma semplicemente non avevamo più stimolo a confrontarci su una via che non era più la stessa, il solito giochetto visto già troppe volte da queste parti. Abbiamo così preferito concentrarci su dei nostri progetti, uno su tutti l’apertura di una nostra via “Wu Wei”.

Trovi giusto togliere gli spit da una via percorsa trad?

Lo sbaglio sta già a monte, cioè mettere i fix dov’è possibile salire trad. Una possibile linea trad dovrebbe restare pulita e tentata trad e basta, a maggior ragione se, dopo aver tolto le protezioni fisse, i pezzi “mobili” vengono piazzati tutti calandosi dall’alto, come si vede nel video che mi hai mostrato. Piuttosto che farla così, onestamente, penso che siano meglio i fix in quanto cambia davvero poco in termini di sicurezza e di ingaggio. L’unico aspetto positivo è che almeno ora, su quella via, è ancora possibile una vera prima salita trad, piazzando le protezioni dal basso. 


LA TESTIMONIANZA DI ALESSANDRO JOLLY LAMBERTI

Alessandro “Jolly” Lamberti

Classe 1964, Guida Alpina,

Preparatore atletico e autore 

di manuali di allenamento, 

primo 8b italiano nel 1986 

primo 9a di un italiano 

con “Hugh” a Les Eaux Claires 

Da Roma a les Eaux Claires per fare il primo 9a di un italiano oppure al Baule. Quando una via ti attrae non fai questioni di chilometri. Cosa ti attirava di Eternit? 

La principale molla è stata la vecchiaia. Penso che la placca, prova e riprova, possa essere più addomesticabile mentre la forza esplosiva per una Action Directe temo di non poterla più raggiungere in questa vita. Avevo chiuso Bain de Sang, sempre di placca, senza dover fare troppi viaggi. Sapevo che questa era più dura, ma anche che stava in un contesto idilliaco (a Saint Loup per Bain, parliamoci chiaro, ci si va solo per il grado)

Hai deciso di contattare l’autore per il primo approccio alla via: vi conoscevate di già? Pensavi ti potesse aiutare con le methode? Avevi visto il film Vertical Demodè?

Ci conoscevamo anche se più che altro i contatti erano stati via mail. Per un periodo (questo non lo sa nessuno) l’ho anche allenato. Lui mi aveva cercato, si era complimentato per il mio libro e mi aveva chiesto delle schede per aumentare la forza. Lo avevo contattato più che altro per rispetto, visto che era il padre di quella creatura. Non mi interessava che mi aiutasse con le methode, anzi, avrei preferito lavorare con calma da solo. Il film lo avevo visto più volte, e me lo portavo appresso nel mio Ipad, che è sempre con me, una estensione dei miei neuroni.

Racconta com’è andato l’incontro, chi c’era? Sei partito sulla via come facevi di solito, senza riscaldamento?

Ahahah…come fai a sapere che partivo sui progetti senza scaldarmi? E’ vero, quando ho un nuovo progetto salgo piano piano, da spit a spit, quasi accarezzando la roccia, guardando e studiando, senza forzare, e mi scaldo così. Ero andato con due miei amici: Sante e Roscioli, due liberi professionisti che da anni frequentavano la mia palestra in pausa pranzo. Sul posto, a parte Manolo, che ci accolse con grande gentilezza e ci accompagnò prima al rifugio e poi in falesia, non c’era nessun altro. La settimana prima lo avevo contattato, dicendogli che avevo voglia di mettere le mani su Eternit

Ti sei accorto subito che c’erano prese spaccate o comunque della differenza col video Vertical demodè?

Che le prese erano state manomesse, me ne accorsi all’istante. Poi la sera, riguardai il video della salita di Manolo, fotogramma per fotogramma, e mi accorsi che c’era almeno una differenza lampante rispetto a quando l’aveva fatta lui.

Di che anno stiamo parlando e di che stagione?

Era dal 13 al 15 giugno del 2013

Prima di chiamare Manolo per visitare la via avevi sentito parlare di possibili manipolazioni sulle prese? E di altre manipolazioni su altre sue vie?

No, pensavo fosse una via completamente naturale 

Quindi fammi capire: tu sei partito sulla via con Manolo che ti assicurava e ti spiegava i movimenti? 

No, è stato Manolo a montarmi la via, facendo il giro da sopra, calandosi, mi ha messo tutti i rinvii e pulito le prese. Poi io sono partito da secondo, con Manolo che mi assicurava e mi spiegava più o meno i movimenti. 

Ti ha detto che c’erano delle cose strane o delle modifiche rispetto a quando era salito lui o l’ha presentata come la stessa via?

No, non mi disse nulla riguardo prese modificate o scavate e neppure che aveva notato cambiamenti. Ripeto che non l’aveva scalata, ma ci si era solo calato e, piano piano, mi aveva passato i rinvii e spazzolato qualche presa.

Nel tuo libro hai scritto che quando stavi salendo ti sei accorto subito che c’erano delle modifiche, che mancavano delle prese rispetto al filmato che avevi studiato: glielo hai detto mentre salivi? Glielo hai detto quando sei sceso?

No, il primo giorno (l’unico giorno che c’era lui), mi sono accorto subito che era una via che era stata manomessa più volte. Ma solo dopo (quando lui era già andato via) ho fatto le verifiche con il suo filmato e ho visto che era diversa dalla sua versione nel film. Quando sono sceso dal primo tentativo, quello in cui lui mi assicurava, non dissi nulla. Questa fu una mia pecca: ma ho una introversione quasi patologica, non riesco a dire le cose in faccia. Chi mi conosce solo attraverso quello che scrivo pensa che io sia spavaldo, perché questo mio problema sparisce del tutto con il filtro della scrittura. Ma chi mi conosce veramente sa che sono un po’ borderline dal punto di vista della comunicazione diretta.

Quindi, per ricapitolare: il primo giorno c’è anche Manolo, mi monta la via dall’alto, io salgo e mi accorgo subito che qualcosa non va, ma subdolamente non gli dico nulla. Poi il giorno dopo, quando lui non c’è più, salgo, controllo e fotografo bene tutte le prese. Anche i giorni seguenti, una volta tornato a casa, sempre un po’ subdolamente, evito di sentirlo al telefono o di affrontare direttamente il problema con lui.

13 Giugno 2013: Manolo e Jolly sotto al Baule, durante la “visita guidata” del primo giorno di tentativi

Sulla via avevi notato anche cemento e sika?

Si c’è una grossa fessura orizzontale interamente cementata per non farla usare come riposo, sicuramente uno scempio, che sicuramente Manolo ha “tappato” prima della sua salita, per evitare che usando quella fessura la via risultasse più facile. Poi c’è una specie di sasso incastonato con evidenti tracce sia di cemento che di smartellate intorno, questa presa sembra essere stata modificata più volte.

Ti sei fatto una idea personale sul senso di rovinare una via in quel modo?

Il senso è il grado, quel numero così importante. Alcune modifiche sono state fatte prima della prima salita, per rendere la via del grado desiderato, ma ancora fattibile. Altre, successive, per essere sicuri che quel grado verrà confermato, che i ripetitori non trovino altri metodi, che la trovino veramente dura. L’Ultimo Grado, l’illusione del grado più alto, per garantirsi l’immortalità, anche a costo di vendersi una parte di anima al diavolo. Anche io, che non sono nessuno, ho avuto nella mia vita istanti in cui questa tentazione c’è stata. Per un personaggio così famoso, questa può diventare una ossessione.

Ti confrontasti con climbers locali della situazione di Eternit?

Si ma non posso fare nomi. Però c’erano già molte storie precedenti, di cui non ero per nulla a conoscenza che non posso confermare né provare, tutte collegate a quella e a altre vie di Manolo. Quando andai lì, e feci le foto agli appigli martoriati, non sapevo nulla di quelle voci che già giravano.

Nella ristampa del tuo libro il capitolo su Eternit è sparito… 

La prima edizione fu una edizione mia, autoprodotta. In seguito alla casa editrice Versante sud piacque il libro e decisero di pubblicarlo, a patto che togliessi quella storia. Ci fu una discussione, io non ne capivo il motivo, ma loro furono irremovibili e io, pur di avere un editore, alla fine accettai.

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