Scary! Il team The North Face nella Queen Maud Land

Scary! Il team The North Face nella Queen Maud Land

In ordine di “anzianità alpinistica”: Conrad Anker, Jmmy Chin, Cedar Wright, Anna Pfaff, Alex Honnold e Savannah Cummins. Questo il dreamteam North Face che è volato da Cape Town fino in Antartide per scalare nuove vie in uno dei più incredibili teatri di roccia e ghiaccio del globo, le Orvin Mountains, situate nella cosiddetta Queen Maud Land. Territorio esplorato, e non con intendimenti alpinistici, per la prima volta solo nel 1930. Non ci sono aree abitate, fa troppo freddo. Ci sono solo dodici stazioni di ricerca scientifica, di cui appena sei occupate tutto l’anno, le altre solo nell’“estate” australe, che a queste latitudini è un concetto molto relativo.

Alex Honnold sul Fenris
Alex Honnold verso il Fenris
Il Team The North Face al completo

Scalare da queste parti, malgrado le cime siano di una bellezza assoluta, è cosa che è stata privilegio di pochissimi, finora. L’Ulvetanna, che è la cima più rappresentativa era stata scalata per la prima volta (e in 16 giorni) solo nel 2006 (Caspersen &C.); poi ancora, nel 2008 da Alexander e Thomas Huber e Stephan Siegrist per una via nuova nella NW, senza mai togliersi gli scarponi. L’impresa era stata documentata anche dalla nostra rivista di carta, con bellissime foto. Nel 2010 il recentemente deceduto Valery Rozov ci si era gettato in base jump; e infine Leo Houlding &C. E Andy Kirkpatrick &c. Nel 2014. Tutto qui.

Poco, per un terreno scalabile immenso e molto “definito”, tutto sommato facilmente raggiungibile con gli sci dal campo base. Il problema è la temperatura, raramente sopra ai -10°. Quale miglior posto per testare i prodotti TNF su uno stretch di venti giorni durante i quali, tra l’altro, è proprio impossibile fare una doccia?

Un bell’articolo di Andrew Bisharat è raggiungibile da qui

Il report finale della spedizione deve ancora arrivare, ma sono state aperte tante vie nuove, delle quali vi proponiamo un paio di sketches, con protagonisti Cedar Wright e Alex Honnold, che hanno riportato a temperature polari le tecniche yosemitiche. Della serie tutto è bene ciò che finisce bene”. Ecco allora i due estratti in cui parla Cedar, relativi ad altrettante aperture sulla cima detta Fenris. Come dice alla fine Alex…decisamente Wild!

Durante il nostro primo giorno pieno di scalata sulle montagne io e Alex l’abbiamo sciato fino alla base del Fenris, con un sacco di domande in testa. La montagna era fantastica e chiedeva solo di essere scalata, ma quanto sono grandi queste pareti? Qui è tutto un mare bianco e la scala dimensionale è stravolta. È alto 150 oppure 1500 metri? Sarà possibile scalarlo a mani nude in questo freddo estremo? Sarà scalabile senza mettere spit? Riusciremo o saremo respinti da questo freddo antartico e dal granito ghiacciato? Come tutte le cose nella vita la parte più dura è quella psicologica e bisogna solo provare. E così, dopo parecchia arrampicata in conserva, io e Alex ci siamo trovati in cima a questa parete decisamente sorpresi. Eravamo riusciti a portare a termine la seconda salita di questa parete e la prima dello spigolo nord. La via non è più di 5.10+, ma gli enormi sleghi di 20 m sulla cresta decisamente friabile ti fanno sentire su un 5.12, piuttosto. La cima ha le dimensioni di un tavolino da caffè e la vista da lassu’ è “insana”. Siamo scesi in doppia usando lame e spuntoni ed è stato traumatizzante. Però, malgrado il considerevole stress mentale, io e Alex siamo riusciti a tornare al suolo con circa 12 doppie contemporanee, insomma abbiamo usato le nostre tattiche di Yosemite in piena Antartide.


Nella parte alta del Fenris io e Alex abbiamo raggiunto un brutto sistema di tetti che sembrava impossibile senza ricorso all’artificiale. Alex ha provato un paio di opzioni diverse prima di traversare pericolosamente e fuori vista su una fessura orizzontale. A un certo punto la corda ha smesso di scorrere; la sensazione di essere lassù in un freddo assurdo in mezzo all’Antartide con il tuo partner fuori vista e fuori audio e per di più bloccato, beh è una cosa che spezza i nervi. Cosa succede lassù? Come sembra? Urlavo ad Alex ma lui non rispondeva. Sono passati 10 minuti e la corda ormai ghiacciava nel mio sistema di assicurazione. Alla fine ho sentito Alex gridare ma non ci ho capito niente.

“Cosa?” Ho urlato e poi, appena percepibile, ho sentito il suo urlo nel vento con un brutto messaggio: la corda è incastrata, vieni su con il gri gri. Il traverso di 20 m di Alex faceva un brutto angolo in alto e lui era bloccato col un irrisolvibile tiraggio di corda e non mi poteva nemmeno recuperare. Con 8 kg sulla schiena e mezza corda ghiacciata mi sono imbarcato in un traverso attorno allo spigolo nord fino alla parete est del Fenris. Riuscivo a recuperare il lasco nel Grigri su qualche occasionale presa più grande e ho rischiato un enorme volo in pendolo. Ho passato alcune zone di tetti che aggettavano e finalmente la corda si è liberata e Alex mi ha recuperato fino alla sosta. La cima era ormai in vista e tutte le paure sono sparite. “That was wild, huh?” a esclamato Alex mentre io prendevo il resto del materiale e arrivato in cima come un nuotatore che riemerge dall’ abisso. Sì, veramente selvaggio.

 

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