Quando riapriranno le sale d’arrampicata?

Una riflessione tra il magico e il realismo politico.

Quanto vi impressiona la foto di apertura dell’articolo? Vi ricorda della possibilità di momenti belli o vi spaventa per l’assenza di distanziamento sociale? Immaginiamo che la risposta possa variare anche di parecchio a seconda dell’indole di ognuno, ma siamo indubitabilmente arrivati a un punto in cui può sembrare innaturale riunirsi tutti attaccati per una foto di gruppo.

Rilassatevi, non è strano. Si chiama paura. Che sia indotta e giustificata lo lasciamo al giudizio di ognuno, ma è indiscutibile che siamo arrivati a questo punto, ed è solo dicembre.

E le sale d’arrampicata italiane, considerate alla stregua delle palestre di fitness e delle piscine, stanno sfesteggiando l’ingresso nel quinto mese di chiusura forzata del 2020, proprio mentre il popolo (e forse pure qualche arrampicatore annoiato) si accalca mascherato nei centri commerciali per occupare l’enorme quantità di tempo libero rimastogli. Negli ultimi posti dove può girare e possibilmente consumare, magari persino godendo all’idea di un cashback di 150 euro scarsi.

Le palestre dimenticate

Le palestre sono uscite dall’agenda politica italiana dopo l’elemosina detta “ristoro”, sufficiente appena per pagare la quota del commercialista, per il quale una ssdrl standard spende 4000€ annui. Bollette, affitti, stipendi ai collaboratori, tasse mascherate (siae, ombrello, estintori, consorzio di bonifica e decine di altri eccetera) continuano a rimanere sulla voce uscite malgrado la chiusura imposta dall’alto. Il Ministro Spadafora, per quanto attento in particolare al nostro sport, nel governo sembra contare purtroppo quanto l’insegnante di ginnastica conta nel consiglio di classe di un liceo, almeno a campionato di calcio attivo e “salvo”. Ultimamente ha abbozzato sulla sua pagina FB un “metà gennaio” come data “da proporre al Cts”,, ma i più importanti operatori del nostro settore la vedono assai più grigia. Mirko Masè, il più importate dei players milanesi (Rock Spot) è uno dei più ottimisti, che con “inizio febbraio” è battuto soltanto da Marco Iacono (Roma Monkey Island), che dice “metà gennaio”, e tutti speriamo che abbia ragione e anche qualche sentore in più, visto che è super-uomo Fasi. Ma i gestori super storici, come il sottoscritto (Parma), Nicola Tondini (King Rock Verona) e Marzio Nardi (B-Side Torino) temono che prima di metà/fine marzo non si vedrà il semaforo verde. O piuttosto verdognolo, perchè non è solo questione di quando si aprirà, ma anche di come si aprirà (mascherine, alcool, protocolli da far capire ai controllori). E questo si intreccia, insieme col tema della data delle riaperture, in modo profondo alla politica.

La politica e gli oltre 60.000 morti “con” covid

La politica, il politico, ha sempre bisogno di un almeno un nemico. La politica ha scatenato i Nas, a metà ottobre, con l’ordine chiaro di scovare irregolarità per poter giustificare le chiusure dei centri sportivi. Non potendo uccidere le discoteche, già richiuse a settembre, e gli spettacoli, uccisi da marzo, hanno sparato sulle palestre e sulle piscine, perchè un untore nuovo va sempre dato in pasto al popolo in modo da trattenere i consensi. Con bar e ristoranti sono stati assai più leggeri, perchè sono frequentati dalla maggioranza dei votanti, e il virus, si è capito ormai bene, è capace di colpire di più dove si raggruppano gli interessi della minoranza, non della maggioranza.

Oggi, 10 dicembre, a più di un anno dall’inizio del covid, il Corriere della Sera ha però finalmente scritto che i contagi sono calati assai meno del previsto e che andrebbero rivisti i criteri con cui sono state decise le varie chiusure. Per la prima volta ha scritto che “forse” la politica di concentrare le persone nei centri urbani, senza permettere loro di disperdersi in più rivoli sia interni che esterni alle città, non è vincente sul covid. Ma dai.

Per la prima volta hanno persino scritto che non è chiaro se i nuovi vaccinati saranno contagiosi per i non ancora contagiati. E avanti così. Prolungando idealmente l’emergenza a tutto il 2021.

Non è un mistero per nessuno che il governo attualmente in carica non potrà durare più di un mese dopo la fine dell’emergenza; gli italiani, già poco propensi alle manifestazioni di piazza “alla francese”, sono (stati?) spaventati abbastanza dall’idea di fare gruppo da essere incapaci di accelerare qualsiasi processo di cambiamento; che quindi avverrà, tanto per cambiare, nei corridoi e davanti alla buvette del Parlamento. Ma comunque avverrà ad emergenza appena spenta. Conte, Di Maio, Speranza & Co non sono quindi propriamente nella posizione di chi sarà avvantaggiato dal ritorno alla normalità, e non a caso non hanno mai speso una parola contro all’anomalia statistica di accorpare il numero dei morti per covid e quello dei morti con covid.

Quante sale sopporteranno il prolungamento di questa chiusura? Quante sopporteranno altre chiusure successive nei mesi strategici? Quante sale sosterranno nel lungo periodo i costi di una attività ancora decimata dalle regole più o meno logiche contenute nei protocolli? Quanto si alzeranno i prezzi per sostenere i costi delle chiusure e le nuove regole dei cinque decretini di Spadafora con l’Inps per i collaboratori anche occasionali?

In bocca al lupo a tutti.

Andrea Gennari Daneri

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