La vera storia del raduno 4×4 di San Martino

Leonardo Panizza racconta com’è andata davvero all’assurdo raduno motoristico nel Primiero

Foto di Elisa Bessega @umeshoku (https://www.instagram.com/umeshoku/)

Nuove vette da raggiungere?

“Arrivo al raduno attorno alle 11. Appena vedo il cartello giallo a San Martino parcheggio l’auto e comincio a camminare, solo dopo mi rendo conto che il Camp Jeep è distante, torno indietro e riprendo l’auto, devo cominciare a ragionare come un turista che arriva per questo tipo di evento, in effetti sembra così sciocco a pensarci ora, come ho potuto immaginare che ad un raduno di automobili ci fossero problemi di parcheggio? Lungo la strada asfaltata un ragazzo con l’accento torinese mi dice che da lì in poi è possibile proseguire solo se si guida una Jeep. Cerco parcheggio nelle vicinanze e torno a piedi. Il camp è ancora distante ma c’è una navetta (una Jeep Grand Cherokee da 2447 kg 250 cv, 8 rapporti e un consumo medio di 11,1 km/l) che ci porta direttamente al Camp. Il ragazzo che guida è di Torino, e fa parte dello staff di 250 persone che ha messo in piedi l’evento. La maggior parte dei lavoratori coinvolti vengono da Milano o Torino e quando gli chiedo cosa ne pensa del posto, se gli piacerebbe tornarci da turista mi confessa che lui preferisce il mare e che in montagna è solo contento di stare al fresco. E’ stato raggiunto dalla moglie e dalla figlia così mentre lui lavora loro possono godersi l’aria pura. L’evento, mi dice, in realtà è già finito. Nei giorni precedenti sono state presentate alcune nuove vetture della casa alla stampa specializzata e ora l’evento aperto al pubblico è una cosa che lo stressa meno.  

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Arrivato al Camp provo a registrarmi per una prova su strada (le prove offroad dovevano essere prenotate su internet con largo anticipo). La ragazza dell’Infopoint mi comunica dispiaciuta che tutte le vetture sono occupate ma se voglio posso prenotare per la mattina di domenica. La ringrazio e provo ad addentrarmi nel parco.

Sul pavimento c’è un truciolato di legno messo per drenare l’eventuale pioggia mentre il palco è costruito con il legno recuperato dalla tempesta Vaia. C’è poca gente all’interno del Camp. La maggior parte è radunata attorno allo speaker di una radio che sta intervistando un vecchio giocatore della Juventus. Provo ad informarmi sulla sua identità ma anche gli altri presenti non sembrano saperne di più. Il palco è montato in modo che sullo sfondo ci siano le montagne. Non posso far a meno di notare la Cima della Madonna, inconfondibile nella sua forma. Se riesco quest’anno ripeterò lo Spigolo del Velo, una delle vie d’arrampicata più spettacolari delle Dolomiti a dire di molti.

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Addentrandomi nel parco arrivo all’area giochi dove sono presenti alcune altalene (vuote) e delle mini Jeep elettriche. Alcuni genitori scherzando lamentano la mancanza del rumore del motore a scoppio che è più caratteristico. I bambini fanno dei percorsi offroad sotto la supervisione di alcuni addetti. Poco più in là c’è la ruota panoramica alta 22 metri. Il costo è di due token (la moneta ufficiale del Camp) e al momento è vuota. Seduto ai piedi della stessa c’è un uomo vestito da pirata che ricorda Johnny Depp. Chiedo se fa parte dello staff della ruota ma mi dice che si occupa dell’area-gioco dedicata ai bambini accanto alle mini Jeep, allestita in effetti a tema pirati.

Notando la totale assenza di persone sulla ruota gli chiedo se è sempre così e mi dice che dipende molto dagli orari, l’unico vero momento di utilizzo è quando dalle 18 alle 20 è possibile degustare il prosecco locale (di San Martino?) in un aperitivo con vista sulle Pale per cui è necessario prenotarsi.

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Proseguo nella zona che delimita l’area parco dove sono presenti diversi stand. Dal primo in cui si propongono grafiche 3d di Jeep fatte con una super tavoletta grafica allo stand dei copertoni della BF Goodrich, una nota azienda statunitense produttrice di gomme per auto e aerei. E’ specializzata nella produzione di pneumatici estremi (a vederli ricordano quelli di un trattore da quanto sono tassellati) e vanta la partecipazione a numerose gare di Rally in giro per il mondo. Chiedo al ragazzo dello stand se sono gomme invernali (l’unica domanda sensata che mi viene in mente) e mi dice che sono tutte quattro stagioni. Per quanto riguarda la velocità mi assicura che non sono per niente rumorose neanche su asfalto e che fino ai 160 km orari hanno ottime prestazioni, oltre quella velocità si sente un po’ il fatto che siano così tanto tassellate, mi dice sorridendo.

Gli unici stand gestiti da persone di San Martino sono quelli legati al noleggio delle biciclette elettriche (20 €/ h – 30 € mezza giornata e 40 € tutto il giorno) e quello che vende dolciumi e cibo. Il ragazzo che noleggia le e-bike vende anche delle magliette dalla grafica accattivante. Sono Metod (https://www.metodlab.com) e sul sito si legge (il sito è solo in inglese ma la traduzione è più o meno questa): attraverso una profondissima ricerca in termini di tessuti naturali ed ecologici, abbiamo lavorato instancabilmente per offrire prodotti di alta qualità, fabbricati in strutture certificate, che seguono scrupolosamente una mentalità di produzione etica.

Chiedo al ragazzo se non nota una discrepanza tra ciò che viene detto sul sito e il luogo in cui vengono vendute le magliette ma mi assicura che non c’è nulla di strano.

Approfitto del momento per fare un giro in bici. La possibilità di sfrecciare a 25 km/h andando in salita su delle piste da sci con una decisa pendenza mi dà una sensazione di euforia, mi verrebbe voglia di pedalare fino alla cima, mi sembra di non avere limiti.

Mi chiedo se in fondo cambi tanto la percezione di chi con le Jeep percorre i sentieri infangati. Onnipotenza, possibilità di raggiungere la vetta, il successo, il potere e dimostrare agli altri quanto tutto ciò sia bello e semplice da raggiungere.

Dopo aver restituito la bicicletta vengo attirato da alcune persone che sono appena scese dalla ruota panoramica, avvicinandomi chiedo loro se valga la pena di fare un giro, se la vista è migliore 22 metri più in alto. Dopo un iniziale momento di imbarazzo in cui mi confessano che non cambia molto mi dicono che è interessante perché permette di vedere oltre il palco che è montato proprio davanti alle grandi cime del gruppo delle Pale di San Martino.

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Mi sembra che l’intero evento sia in fondo costruito sull’incapacità di ammetterne l’insensatezza e sulla necessità di raccontare agli altri che ne è valsa la pena. E’ obiettivamente insensato guadagnare 22 metri a 1500mt slm ma una volta che uno è sceso dalla ruota difficilmente ammetterà di essersi sentito stupido. Ringraziando saluto la famigliola che si allontana dalla ruota panoramica in modo silenzioso.

Torno al palco e provo a salire sulla nuova Jeep, vera protagonista del raduno. Si chiama Jeep Gladiator ed è (semplificando) una versione Pick-up del modello Wrangler. E’ un’auto lunga più di 5 metri, larga quasi 2, con un motore V6 Ecodiesel da 3.0 litri da 260 CV. Salgo e provo ad immedesimarmi in un guidatore di auto di quel genere. La musica rock che proviene dalle casse aiuta il processo e in un attimo mi trovo rapito dalla potenza erogata dal motore. Come con la bicicletta elettrica mi sento invincibile, sicuro, in grado di dominare l’incertezza della vita quotidiana.

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E’ arrivato il momento di lasciare il campo Jeep ed avviarsi verso le piste offroad. Incontro

Gigi, l’appassionato di 4×4 che si è offerto di accompagnarmi nell’area in cui le auto vengono messe alla prova attraverso percorsi sui tronchi. Seduto come passeggero mi godo la sensazione di libertà data dal vento tra i capelli guardando in lontananza il Cimon della Pala. Ripenso a qualche anno prima, quando dopo aver percorso la ferrata Bolver-Lugli ho pernottato al bivacco in quota insieme ad alcuni amici.

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In dieci minuti arriviamo in un grande parcheggio dove sono stati costruiti dei percorsi estremamente tecnici. Le auto salgono da pendenze impressionanti e fanno percorsi inclinati lateralmente che sfiorano i 40 gradi. Inspiegabilmente le auto non si ribaltano anche se qualche incidente è già avvenuto durante la giornata. Gigi mi spiega che il percorso è molto semplice, basta fidarsi dell’auto, se si va dritti “fa tutto lei” mi dice con un certo orgoglio, basta non sterzare e accelerare gradualmente. Dopo aver guardato qualche evoluzione la sua ragazza mi dà la possibilità di fare un giro come passeggero. Sembra che l’auto si ribalti ad ogni cambio di pendenza ma giungiamo alla fine incolumi.

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Qualcuno si incastra nel percorso e c’è bisogno di un verricello per recuperare l’auto, tutt’attorno si crea una calca per aiutare il guidatore in bilico. Il problema si risolve per gran pace del proprietario della 4×4 e il mio accompagnatore mi lascia perché deve andare a lavorare. Saluto e torno alla mia auto.

Siamo proprio al confine del parco naturale e un cartello ricorda che la conservazione degli ambienti naturali dipende soprattutto dai comportamenti responsabili da parte dell’uomo: non si può uscire dai sentieri e calpestare i suoli e la vegetazione, è vietato circolare con veicoli di qualsiasi genere, non si possono provocare luci o rumori molesti, non si può campeggiare.

In questo periodo storico abbiamo un problema con i confini, si fa difficoltà a trovare un limite fisico e morale a tutto, finendo col farsi guidare da ciò che è più facile e immediato, il mero guadagno economico.

Molti sostengono che l’economia di montagna deve rinnovarsi, stare al passo con i tempi, proporre eventi in grado di attirare turisti. Come se l’unica economia possibile fosse quella basata sul turismo becero, turismo di massa che suona incredibilmente antiquato e fuori tempo.

In puro stile americano (ricordiamo il più grande raduno mondiale di appassionati di offroad Jeep Jamboree https://jeepjamboreeusa.com) il raduno di San Martino cerca di intrattenere il turista con musica, cibo e tanta polvere alzata dalle ruote sulle strade sterrate. In un paradosso allucinato si asfaltano strade da percorrere fino all’ultimo metro possibile e poi si va alla ricerca dell’offroad nei parchi naturali.

L’economia di montagna sta conoscendo una profonda crisi, non è più basata sulla produzione di gastronomia e non riesce ad interpretare il cambiamento in modo maturo ed autonomo. Ha sempre bisogno di confrontarsi con l’imprenditore esterno che proviene dalla città. Ma l’uomo non va in montagna per ritrovarsi immerso in un contesto urbano. Il turismo più moderno ricrea esperienze, cercando di differenziare il momento turistico, proponendo la tradizione autentica in un dialogo virtuoso col turista. L’economia è basata sullo scambio autentico e informale, senza bisogno di creare delle sovrastrutture tipiche del contesto cittadino. Ciò che può essere acquistato in montagna è il formaggio, la grappa, la conoscenza del luogo. Ecco che non c’è alcuna tradizione nell’appaltare piazzali sterrati al miglior offerente, cedendo il luogo senza creare nessun genere di scambio se non quello economico. Nessuno è in grado di proporre un modello più coraggioso legato ad un’economia montana attenta all’ambiente, se non in alcuni progetti virtuosi che vengono prontamente accantonati.

L’immagine della montagna non dev’essere esclusivamente romantica, non per forza bisogna percorrere i sentieri con la camicia a quadri, e non per forza bisogna farlo faticando, ma bisogna farlo con intelligenza. Il turismo di massa è un modello insostenibile perché inevitabilmente muta il paesaggio. Ma il turista non ha interesse di arrivare in un paesaggio antropizzato simile in tutto e per tutto a quello da cui è partito, l’economia montana deve mutare ricercando una propria identità diversa da quella marittima e urbana. Il turista non va sbattuto a tremila metri con una funivia, ma accompagnato da persone che conoscono il luogo, che lo facciano innamorare e ritornare. Ci si preoccupa di rincorrere un turismo ormai fuori dal tempo, con la costruzione di bacini montani che innevano piste da sci con l’acqua dei ghiacciai che si stanno sciogliendo.

E le Jeep si inseriscono in questo circolo vizioso. Sul sito ufficiale di Jeep il luogo in cui avviene il raduno è presentato in questo modo. San Martino di Castrozza è circondata dalle cime delle Dolomiti, riconosciute dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità. Queste montagne sono la location perfetta per l’evento, con strade pensate per guidatori di diversi livelli tecnici e adattate per i diversi modelli della gamma Jeep®.

La descrizione appare allucinata, come se le montagne potessero essere la location perfetta per il raduno di auto perché ci sono strade pensate per guidatori dai livelli tecnici differenti. Come se le montagne fossero state messe in un momento successivo. C’erano delle strade da poter percorrere con le automobili e poi le Dolomiti patrimonio UNESCO.

E’ un discorso antropocentrico. Ed è proprio questo il maggior limite di eventi come questi. La montagna è sullo sfondo di questa triste cartolina. E’ un turismo da fine ottocento, antiquato e dannoso per l’immagine dei luoghi che viviamo prima ancora che per l’ambiente. Lo sa bene chi per anni ha curato le campagne di promozione del territorio, le persone vengono in montagna perché hanno in testa l’idea di libertà e incontaminato. Le montagne non saranno disturbate da un po’ di automobili in più e nemmeno gli animali del parco naturale (peraltro già circondati da chilometri di strade asfaltate), ciò che viene disturbata è l’immagine del luogo, per chi ci abita e per chi è solo di passaggio. Chi ci abita è portato a pensare che tutto è permesso purché vi sia un guadagno, scatenando una reazione a catena legata allo sfruttamento in cui si finisce per vendere anche l’anima del luogo e chi ci passa come turista non fa esperienza di nulla, annoiandosi perché il luogo d’arrivo è come quello da cui è partito. Se si rompe l’equilibrio tra aspettative (paesaggi incontaminati, libertà) e realtà (automobili che vanno sui prati, musica a tutto volume) il turista non ha alcun interesse nel tornare in montagna.

La montagna non dev’essere come in “Settimana Bianca”, la canzone trash de Il Pagante . “Ostriche e champagne viene giù una valanga”. Riferimenti casuali provenienti da una cultura di riferimento che è schiava del denaro e dell’immagine. Le persone che vivono la montagna muoiono sotto le valanghe, non ci bevono lo champagne. Ma la colpa è di chi propone questi modelli, a partire dai ristoratori, che non si preoccupano di offrire qualità e tradizione. Mettono la musica di un Dj cittadino a tutto volume su delle casse perché un gruppo di musicisti che suonano canzoni tradizionali costano di più e sono più difficili da reperire. Il punto è che anche i gestori sono cittadini e difficilmente riescono ad organizzare eventi sensati in linea con la mentalità del luogo.

Mi sento in dovere di restare ancora un po’ ad osservare chi fa il percorso offroad ma la verità è che mi sembra terribilmente noioso. L’evento in se è di una noia mortale e anche le persone in auto che salgono e scendono dai tronchi non sembrano divertirsi più di tanto.

Sulla strada di ritorno mi rendo conto di aver passato una giornata in montagna senza essermene reso conto se non per le temperature. A San Martino si stava bene mentre in città torna l’afa. In fondo non si è sempre usata la montagna per gli attimi di refrigerio che riesce a donare ai cittadini?

Resta comunque il fattore guadagno, chi sostiene questi eventi si giustifica appellandosi al ritorno economico (degli hotel, dei ristoratori) ma c’è veramente bisogno di qualcuno che dall’alto proponga simili manifestazioni a cui aggrapparsi? San Martino non ha nulla di meglio da offrire? Non è più in grado di regalare emozioni legate a libertà, purezza, autenticità? Deve per forza conformarsi al modello di consumo dominante che propone emozioni legate all’apparenza, al rumore e alla superficialità?Un evento così non è dannoso per la montagna in sé, i solchi sul terreno saranno coperti in breve, il gas di scarico è volatile. Quello che mi chiedo è se veramente gli abitanti di un territorio così ricco di tradizioni e attenzioni all’ambiente abbiano gettato la spugna per sempre e non siano in grado di proporre eventi sensati, di organizzare una propria direzione di futuro. Qualcosa che nasca dal paese per il paese senza scimmiottare i grandi raduni americani che in fondo non ci appartengono. Guardando il video di presentazione del raduno sul sito ufficiale mi sento in imbarazzo per il presentatore. Cerca di apparire spigliato e a proprio agio come i grandi showman d’oltreoceano invitandoci a seguirlo nel Camp ma non è convincente. Non è in grado di apparire completamente a proprio agio. Non è nella nostra cultura intrattenere così superficialmente, non ne siamo capaci, e allora riappropriamoci della nostra identità e del nostro territorio perché anche se tutte le cime sono state ormai conquistate abbiamo ancora la possibilità di raggiungere profondità e vette inaspettate”.

di Leonardo Panizza @zerodati (https://www.instagram.com/zerodati/)

Foto di Elisa Bessega @umeshoku (https://www.instagram.com/umeshoku/)

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