Honnold vince l’Oscar con Freesolo!

Come miglior documentario

Era verso il tramonto del primo aprile 2008. Un ventenne arruffato con uno zainetto sedeva in mezzo ai turisti che avevano appena visitato una delle valli interne dello Zion National Park, Utah, USA. Gente normale che tornava al parcheggio del parco dopo aver fatto cose normali: foto, video, selfie, magari un piccolo trekking leggero. Tutti meno uno, che aveva appena fatto la più dura freesolo della storia dell’arrampicata, Moonlight Buttress, 300 metri di fessure di arenaria fino al 7c. Prima di lui solo un austriaco, Hansjoerg Auer, in Marmolada, aveva fatto qualcosa di simile, scalando slegato il Pesce, nell’aprile dell’anno prima. Ma Moonlight, pur se più breve, era a un altro livello di continuità: su Moonlight ti ghisi, e se ti ghisi troppo, cadi. Non se n’era accorto quasi nessuno, come era stato anche per Auer. Due tizi “fuori posto”, che scalavano e scalano per il puro piacere di farlo. Nessuno sponsor né l’uno né l’altro. Pareti, ci teniamo a ricordarlo, è stata la prima rivista mondiale a dedicare una copertina a entrambi, affascinati come eravamo stati sin da subito, nei confronti della purezza assoluta di queste incredibili salite. Che restano incredibili anche oggi, ad oltre dieci anni di distanza.

Auer ha un po’ rallentato con le freesolo; Alex ha esagerato, scalando Freerider al Capitan nel stesso stile, una via piena di quello che lui ha sempre dichiarato di non amare troppo: le laybacks. Spalla contro il muro e tirare di dulfer, i piedi in spalmo, emozionante con la corda, allucinante slegato con 500 metri di abisso sotto le scarpette. Così come Jimmy Chin l’ha ripreso con il cuore in gola, centimetro dopo centimetro, spalmo dopo spalmo, consapevole di essere testimone impotente della più grande impresa verticale della storia oppure della morte di un amico piuttosto pazzo. Freerider è diventata il film Freesolo, e Freesolo è diventato ieri sera il primo documentario di arrampicata a vincere un Oscar, proprio la statuetta statuetta. Solo che il protagonista non aveva stuntmen; nessuno stunt-man al mondo avrebbe mai accettato di sostituire Alex Honnold neanche nei primi 50 dei 900 metri di quel viaggio nella roccia e nella mente. Oggi Alex è fuori posto, con le sue scarpe da approach portate con la giacca, esattamente come lo era in quel pullman di turisti di ritorno al parcheggio di Zion dieci anni fa. O come quando era arrivato slegato dalla parte difficile dell’Half Dome su una cima piena di turisti. Uno di noi, uno che la pensa come noi. Insieme a Ondra, e in un modo diverso, il più bravo. 

IT’S NOT MY WORLD!!!!!!!

It was around sunset on April 1, 2008. A twenty-year-old ruffled with a backpack sat among the tourists who had just visited one of the inner valleys of Zion National Park, Utah, USA. Normal people who had done normal things: photos, videos, selfies, maybe a light little trekking. All but one, who had just made the hardest freesolo in the history of climbing, Moonlight Buttress, 300 meters of sandstone cracks up to 7c. Before him, only an Austrian, Hansjoerg Auer, in the Marmolada, had done something similar, climbing the “Fish” untied. But Moonlight, even if shorter, was at another level of continuity, on Moonlight you get pumped, and if you get too pumped, you fall. Almost no one had noticed it, as it had been for Auer too. Two guys “out of place”, who climbed and climbed for the sheer pleasure of doing it. No sponsor either one or the other. Pareti was the first world magazine to dedicate a cover to both, fascinated as we had been right now, against the absolute purity of these incredible climbs. That remain incredible even today, more than ten years away.
Auer has slowed a bit with freesolo; Alex has exaggerated, climbing Freerider to the Capitan in the same style, a route full of what he has always declared not to love too much: the laybacks. Shoulder against the wall and pull of dulfer, feet in smear, exciting with the rope, hallucinating untied with 500 meters of abyss under the shoes. Freerider became the film Freesolo, and Freesolo became yesterday evening the first climbing documentary to win an Oscar. Only the protagonist had no stuntmen; no stunt man in the world would have ever accepted to replace Alex Honnold even in the first 50 of the 900 meters of that journey in the rock and in the mind. Today Alex is out of place, with his approach shoes worn with his jacket, just as he was in that tourist bus returning to Zion’s car park ten years ago. Or like when he arrived untied from the difficult part of the Half Dome on a peak full of tourists. One of us, one who thinks like us. Together with Ondra, and in a different way, the best.

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