Escaper di Beal, la nostra prova

Apparsa sul numero 130

La prima volta che abbiamo sentito parlare del lancio sul mercato di questo prodotto abbiamo pensato, peraltro in buona compagnia di una considerevole fetta degli addetti ai lavori: “questi sono matti”.  Coi tempi che corrono non è già abbastanza eroico produrre rinvii, corde, imbragature e dispositivi per le palestre indoor?  Insomma: un oggetto che promette di calarti per tutta la lunghezza di una corda singola e, una volta arrivato di sotto, recuperare il tutto con una manciata di strattoni PUO’ FUNZIONARE SEMPRE?

Perchè la “doppia” fatta su una singola è storia antica, e il suo percorso storico ha avuto qualche estimatore praticante e almeno un  morto eccellente nella persona dello svizzero Marco Pedrini, visionario climber solitario, primo salitore in solitaria del Cerro Torre e poi tradito sul Dru appunto da una delle sue doppie “non doppie”. Ovviamente non ci mettiamo a spiegare qui il metodo Pedrini nè uno degli altri meno famosi per non stimolare un improvvido proselitismo, la scalata è già abbastanza pericolosa del suo. Ma spacchettare la confezione di un dispositivo che promette di consentire una cosa del genere in modo sicuro è stato certamente emozionante. Non vi nascondiamo che la prima e la seconda prova sono state eseguite a una distanza da terra ridicola e con materassi al suolo, soprattutto per la paura di equivocare le istruzioni e quindi sbagliare qualcosa nel predisporre il dispositivo. Ma le istruzioni sono ben fatte ed eventualmente supportate da un tutorial web sul sito Beal; chi mastica alpinismo da neanche tantissimo tempo riesce a capire cosa si deve fare in breve tempo, non è per niente un sistema cervellotico. E installandolo si intuisce anche come sia possibile il “miracolo” della calata sicura e del susseguente recupero della corda e del dispositivo stesso, che su Amazon costa circa 45 euro, troppi per essere monouso. Un webbing di materiale elastico avvolge la corda in modo robusto  dopo che la stessa viene passata nell’anello della sosta di calata e si capisce subito che una persona non potrà mai, col suo semplice peso, “strappare” via la corda da questa “trappola”. Anche calate multiple da parte di più membri della cordata non rappresentano un problema grazie a un anello cui si aggancia un moschettone di sicurezza; l’ultimo a calarsi lo toglierà prima di partire. 

Alla fine di entrambe le nostre prime microcalate esplorative abbiamo strattonato con un certo vigore e poi rilasciato la corda, come da istruzioni, per sette-otto volte consecutive, finchè il webbing elastico non ha liberato completamente la corda che ci ha raggiunti al suolo insieme all’Escaper pronto al riuso. 

Ottimismo prima della prova su roccia. Che abbiamo svolto, per la prima volta, in ambiente ancora protetto, cioè in falesia, usando la sosta di un monotiro verticale di grado 5, con roccia non perfettamente a piombo, cercando di imitare una situazione alpinistica “media”. Assicurati anche a una corda di backup ci siamo calati senza problemi per circa 40 metri dei 60 che la corda avrebbe consentito. Una volta al suolo sono cominciati i problemi, almeno rispetto alle prime microcalate esplorative. Presumibilmente per colpa dell’allungamento della corda di calata, abbastanza giovane, siamo riusciti a farla scendere solo dopo una bella guerra di tira e molla, anche eseguiti un po’ lontani dalla base della parete per cercare di rendere più retta la linea del tiraggio rispetto alla sosta. Insomma, certamente molto più dei sette – otto strattoni dichiarati dalla casa. Abbiamo quindi riprovato dalla sosta di un monotiro più difficile e più corto, sui 30 metri e le cose sono decisamente migliorate, probabilmente per l’assenza di attrito tra il punto di tiraggio e la sosta. 

L’abbiamo provato infine in montagna, per calarci dagli ultimi due tiri di una multipitch, per un totale di 60 metri, sempre con una corda di back up. Un membro della cordata si è calato fino in fondo e ha provato invano a recuperare corda ed Escaper, niente da fare; l’altro membro della cordata, rimasto alla sosta, ha verificato che il sistema non si è quasi mosso.  

Conclusioni: l’Escaper è un meccanismo intelligente e sicuro. Se avete un problema e vi è rimasta solo una corda da 60-70-80 potete contare sul fatto di poterli percorrere tutti fino a un punto più sicuro e fuori dai problemi. Come se fosse fissata alla sosta.  Ma il poterla recuperare a fine calata non è altrettanto certo, è solo probabile e dipende dalle condizioni del posto da cui vi siete calati, dalla lunghezza e dalla elasticità della corda, dalla possibilità di muovervi nel punto da cui state tirando, da quanti siete a tirare eccetera. Emergenza per emergenza, vi consigliamo di portare un T-bloc di Petzl o un Roll’n’lock di CT, in modo da agevolare il tiraggio; pesano pochi grammi, non ingombrano e aiutano un sacco in questi casi.  L’Escaper è quindi un intelligente dispositivo d’emergenza, perfetto per chi fa sci ripido e ha bisogno di proteggersi per brevi tratti, ottimo per chi si muove in montagna con una corda corta e leggera da usare solo occasionalmente lungo il percorso e così via.  Salvo ulteriori miglioramenti del meccanismo, non può essere quindi considerato il sostitutivo delle care vecchie doppie corde da 60 metri per l’alpinismo; ma averlo nello zaino può essere assai rassicurante in caso di perdita accidentale o rottura di una corda per una scarica di sassi. A colpi di calate di 20-30 metri (distanze su cui il recupero a strattoni riesce sempre) l’Escaper vi riporterà a casa senza dover chiamare l’elicottero. 

Il link al sito Beal

The first time we heard about the launch of this product on the market, we thought: “they are crazy”. Isn’t it heroic enough to produce quickdraws, ropes, harnesses and devices for indoor gyms?

In short: a device that promises to get you down for the length of a single rope and, once you get to the bottom, recover everything with a handful of tugs. CAN IT ALWAYS WORK?

Unpacking a device such device was certainly exciting. We do not hide the fact that the first and second try were carried out at a distance ridiculously close the ground and crash pad just under, above all for the fear of misunderstanding the instructions and making a mistake in preparing the device. But the instructions are well done and possibly supported by a web tutorial on the Beal website; those who carry long time climbing can understand quickly what has to be done. And installing it you can also understand how the “miracle” of the safe descent and subsequent recovery of the rope and of the device itself is possible. A webbing of elastic material wraps the rope in a robust way after it is passed through the ring of the anchor and it soon becomes clear that a person can never, with his simple weight, “tear” away the rope from this “trap” . Even multiple descents by several members do not represent a problem thanks to a ring to which a safety carabiner is attached; the last to descend will take it off before leaving.

At the end of both our first exploratory micro descents we shook with some force and then released the rope, as instructed, for seven or eight consecutive times, until the elastic webbing completely freed the rope that reached us on the ground together with the Escaper ready for reuse.

Optimism before the rock test. Which we have done, for the first time, in a still protected environment, that is at the crag, using the belay of a vertical pitch of grade 5, trying to imitate an “average” mountaineering situation. Also secured to a backup rope, we got down without problems for about 40 meters of the 60 that the rope would have allowed. Once on the ground, the problems started, at least compared to the first exploratory experiances at the gym. Presumably due to the lengthening of the lowered rope, which was quite young, we managed to get it down only after a good kind of a war, also performed a little away from the base of the wall. In short, certainly much more than the seven or eight pulls declared by the company. We then tried get down a more difficult and shorter single pitch, on 30 meters and things have definitely improved, probably due to the absence of friction between the belay point and the bottom.

We finally tried it in the mountains, to lower ourselves from the last two pitches of a multipitch, for a total of 60 meters, always with a back up rope. One of us got down to the bottom and tried in vain to retrieve rope and Escaper, no way; the guy at the anchor verified that the system had hardly moved.

Conclusions: the Escaper is an intelligent and safe mechanism. If you have a problem and you only have a 60-70-80 mtrs left, you can count on being able to cover them all up to a safer and out of troubles. As if it were fixed at the anchor. But being able to recover it at the end is not as certain, it is only probable and depends on the conditions of the place from which you got down, the length and elasticity of the rope, the possibility of switch place while pulling the rope once on the ground etc. Emergency for emergency, we advise you to bring a T-bloc of Petzl or a Roll’n’lock of CT, in order to facilitate the draft; they weigh a few grams and help a lot in these cases. The Escaper is therefore an intelligent emergency device, perfect for those who make hard skiing and need to protect themselves for short distances, great for those who move in the mountains with a short and light rope to be used only occasionally along the route and so on . Except for further improvements to the mechanism, it cannot therefore be considered the replacement for the expensive old 60-meter double ropes for mountaineering; but having it in your backpack can be very reassuring in case of accidental loss or breakage of a rope due to a rock discharge. With pitches of 20-30 meters (distances on which the pull down is always successful), the Escaper will take you home without having to call the helicopter

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