E se il bulino fosse il migliore?

Sono ormai passati quasi trent’anni dal giorno in cui a Sant Polten, Austria, durante una qualifica di Coppa del Mondo, un giovanissimo e talentuoso Igor Vian, fassano in forza al neonato gruppo sportivo arrampicata della Polizia, precipitava al suolo, fortunatamente da non troppo in alto. Quanto bastò per sopravvivere e poter spiegare che si era legato con il bulino o bolino che dir si voglia. Da quel giorno il bulino é stato ostracizzato da qualsiasi competizione ufficiale in favore del cosiddetto nodo a otto (e ancora oggi una parte dei tempi morti delle gare é legata alle procedure di scioglimento di questo nodo strozzacorde a fine prestazione). Con la esclusione del bolino, la stragrande maggioranza delle scuole di scalata ha adottato il nodo a otto come unico nodo autorizzato per la assicurazione del primo di cordata. Questo malgrado il fatto consolidato che pochi top climbers mondiale utilizzino l’otto durante le loro performances in falesia. Non bastassero i numerosi incidenti “illustri” del passato (Hill, Larcher, Progulakis) e i tanti incidenti sfiorati o accaduti a climbers comuni e tramandati attraverso il passaparola, ora i social consentono di far rimbalzare le notizie quasi in tempo reale, tanto da far sembrare che ci sia una recrudescenza di incidenti collegata all’otto non finito. Qualche mese fa è morto a Bolzano un esperto settantenne, la settimana scorsa si è ferito molto gravemente un forte climber abruzzese a Penne. E’ solo che le notizie girano meglio e più alla svelta. Se ci sono vere differenze col passato sono legate al fatto che scala più gente e  che una volta non esistevano le grandi sale d’arrampicata, che consentono di arrampicare anche col maltempo e nei ritagli di tempo; e gli incidenti che accadevano solo in falesia ora si sono trasferiti anche nelle sale, con l’aggravante dei pavimenti di cemento o di legno piazzati perpendicolari rispetto all’asse di caduta dei malcapitati. Niente alberi o pendii ad attutire le botte…  Il nodo a otto non terminato si sta piazzando nella top five della casistica degli incidenti con esiti più gravi, perchè nemmeno il grigri (o altri dispositivi) piazzati al contrario fanno precipitare al suolo il climber con altrettanta velocità. Insomma: probabilmente è venuto il momento di fare una riflessione sulla opportunità di insistere con l’otto ripassato come nodo ufficiale della didattica della scalata. Come suggeriva nei giorni scorsi sui social uno storico climber romano anche lui sopravvissuto per due volte a questo errore, il bolino nella sua prima fase di costruzione è già un nodo che tiene e se proprio ti dimentichi anche di farlo girare la tensione del volo lo farà girare e mettere in tiro da solo : se ti scordi di completare la seconda fase (il ripasso o il contronodo), insomma,… difficilmente muori. L’otto, nella sua prima fase di costruzione, non è ancora niente. L’obiezione principale a questa proposta sarà la presunta maggiore facilità di comprensione e di insegnamento dell’8 rispetto al bulino. Ma ci sono test a confortarla? Siamo proprio sicuri che l’impegno e la concentrazione richiesti per imparare l’uno anzichè l’altro siano davvero diversi? Come diceva Zalone la nostra è una domanda non un’affirmità.

Il bolino doppio infilato completato, nella versione che non passa due volte nell’imbraco.

 

Il bolino, in questo caso non ancora ripassato, al termine della prima fase: è già un nodo che tiene senza problemi un volo.
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