De Bonis Vs Webber e la “riserva” delle vie

Oltre la discussione che ha degenerato sui social

Lorenzo De Bonis durante la rivisitazione del Progetto Favresse, foto dalla sua pagina FB

Nei giorni scorsi Facebook e Instagram hanno aiutato alcuni climbers a dare il peggio di sé, a seguito di un lungo post di Lorenzo De Bonis a proposito del presunto “scippo” della prima libera di uno dei “Progetti Favresse” ad Arco.

Sintesi rapidissima: linea strapiombante chiodata e poi abbandonata dal fuoriclasse belga Favresse. Inserimento sulle guide del posto come “open project”. Richiodatura da parte di De Bonis, climber cuneese trapiantato ad Arco. Prima libera da parte di Alfredo Webber, uno dei cinquantenni più forti del mondo. 

Gli animi tra i due si sono fatti incandescenti, sicuramente “spronati” da diversi commenti fuori luogo e sopra le righe da parte di altri climbers che hanno perso una eccellente occasione per informarsi bene prima di sputare la sentenza.

La redazione ha ascoltato le ragioni di entrambi e coglie l’occasione per “usare” questa poco simpatica vicenda per andare oltre ed esaminare l’annoso problema delle  aggiudicazioni e delle riserve di caccia dei chiodatori.

Fermo restando che l’uso stupido dei social ha causato, in altre regioni, la chiusura totale di diverse falesie che, prima di tutto, avevano dei proprietari che non c’entrano niente con la scalata (questo per dire: ”piano coi commenti e le minacce, perché ci guardano, ci leggono se vogliono ci mandano a scalare da un’altra parte; a nessuno piace essere i padroni non pagati di un posto dove la gente litiga, urla, produce escrementi, modifica il territorio senza permesso e dove potrebbe anche farsi male”), bisogna riportare tutto ai fatti.

Favresse ha chiodato e poi lasciato perdere una linea. De Bonis l’ha vista, l’ha a suo dire corretta e ha iniziato a provarla, lasciandola montata dopo aver installato un cordino rosso sul primo spit, come segno di esclusiva, di progetto chiuso e non provabile per gli altri. Niente nome alla base, niente uso dei social per far sapere che la stava provando, solo il cordino rosso. Webber  sostiene di non sapere nulla dei tentativi di altri, nota la linea e i rinvii nuovi, vede il cordino rosso e dice di non saperne il significato, libera la via (grado 8c+/9a) e le dà un nome. 

Il cordino rosso, insomma, trenta centimetri di cordino rosso sono il punto nodale (in questo caso) della questione comunque annosa e internazionale della “riserva” di una via.

Il chiodatore ha diritto a riservarsi la prima libera di una via che apre?

C’è un tempo ragionevole di mantenimento di questa riserva oppure dev’essere per sempre?

In che modo dev’essere reclamata l’eventuale riserva perchè sia riconosciuta da tutti?

Partiamo da quest’ultima domanda, che è la più facile da affrontare: sicuramente non con un cordino rosso. Almeno non in Italia, dove un cordino non ha significato per la stragrande maggioranza dei climbers. E’ una usanza di alcuni (pochi) paesi e non ha gran seguito da noi. 

La seconda considerazione riguarda il luogo, Arco, dove arrivano migliaia di climbers da tutto il mondo e dove chiunque può aver lasciato dei rinvii fissi anche su un progetto molto duro. Non stiamo quindi parlando di un posto dove scalano “i soliti” e dove è facile capire a chi appartengono dei rinvii. E’ pure vero che una telefonata allunga la vita e che, attraverso i social, stavolta usati per bene, è magari possibile risalire al proprietario dei rinvii. Comunque sia, in Italia, il modo migliore per far capire di non provare una via non è certo lasciarci i rinvii sopra: togliere le piastrine ai primi due spit è sicuramente più efficace. 

Venendo alle considerazioni meno specifiche, c’è chi sostiene che il chiodatore non abbia MAI la riserva di liberazione di una sua via. E’ una opinione rispettabile che si basa sul dato oggettivo che la roccia è di tutti e di nessuno, e che l’azione della chiodatura, vista da un angolo particolare, è una sorta di appropriazione da parte del chiodatore. Non ti costringe nessuno a chiodare una linea, anzi: altri magari l’avrebbero fatto meglio, o più a destra o più a sinistra o più vicino o più lontano. Chiodare è insomma un atto pubblico, non un atto privato. Mantenere privata una linea su terreno pubblico è una pretesa che non ha alcun tipo di fondamento giuridico. Il chiodatore non può obbligare nessuno a tenersi lontano dal pezzo di roccia che ha chiodato.

Il buon senso però dice il contrario: chi chioda e pulisce e mette i soldi per preparare una linea sa bene quanta fatica (e a volte rischio) costi questa operazione; è normale che desideri essere il primo a scalarci sopra e, magari realizzarne la RP. 

Una riserva temporanea sembra essere la più logica e ragionevole delle soluzioni: un tot di tempo entro il quale il chiodatore deve realizzare il tiro prima di darlo “in pasto ai lupi”. Sei mesi? Un anno? Ognuno è libero di dire la propria, ma una riserva “a vita” sembra davvero una soluzione irragionevole. 

Cercarsi, parlarsi, spiegarsi, dovrebbe comunque essere il modo migliore di affrontare queste tematiche tra persone che condividono la stessa passione: entrambi i protagonisti dei questa vicenda avrebbero potuto fare un pochino di più prima di scannarsi e farsi scannare sui social.

De Bonis avrebbe avuto secondo noi un po’ di residua riserva a disposizione (anche se Favresse era stato il primo chiodatore) ma avrebbe dovuto comunicare in modo più chiaro la sua esclusiva. La diatriba a riguardo del nome ha invece poco senso: sulle guide era “progetto Favresse” e nessuno aveva messo altro nome alla base. 

La pubblicazione di Webber a proposito della prima RP è stata poi in un certo senso “fortunosa”: se è vero che lui non sapeva nulla dei tentativi di De Bonis, non poteva essere sicuro che il proprietario dei rinvii, magari un sudafricano punkabbestia poco social, non l’avesse già liberata e avesse lasciato i rinvii per tornare a fare le foto…

Andrea Gennari Daneri

In the past few days, Facebook and Instagram have helped some climbers to give themselves the worst, following a long post by Lorenzo De Bonis about the alleged “robbery” of the first free ascent of one of the “Favresse Projects” in Arco. Extremely rapid synthesis: overhanging line bolted and then abandoned by the Belgian champion Favresse. Insertion on the local guides as an “open project”. Rebolting and revision by De Bonis, Cuneo climber transplanted to Arco. First sent from Alfredo Webber, one of the strongest fifty-year-olds in the world. The spirits between the two became incandescent, certainly “enhanced” by several comments out of place and over the top by other climbers who lost an excellent opportunity to get good information before spitting the sentence.

Pareti have listened to the reasons of both and take the opportunity to “use” this unpleasant affair to go further and examine the age-old problem of adjudications and hunting reserves for bolters.

Favresse has bolted and then dropped a line. De Bonis saw it, said it correctly and started trying it, leaving it mounted after installing a red cord on the first spit, as a sign of exclusivity, of a closed project that cannot be proven for others. No name at the base, no use of social media to let people know that he was trying it, only the red cord. Webber claims to know nothing about the attempts of others, he notices the line and the new quickdraws, he sees the red cord and says he does not know the meaning, sends the route (grade 8c + / 9a) and gives it a name.

The red string, in short, thirty centimeters of red string are the nodal point (in this case) of the longstanding and international question of the “reserve” of a climbing route.

Does the bolter have the right to reserve to himself the FA of a route that he has opened?

Is there a reasonable time to maintain this reserve or should it be forever?

How should the possible reserve be claimed to be recognized by everyone?

Let’s start with this last question, which is the easiest to deal with: certainly not with a red cord. At least not in Italy, where a cord has no meaning for the vast majority of climbers. It is a custom of some (few) countries and does not have much following in our country.

The second consideration concerns the place, Arco, where thousands of climbers from all over the world arrive and where anyone can have left draws even on a very hard project. We are therefore not talking about a place where they climb “the usual ones” and where it is easy to understand to whom quickdraws belong. It is also true that a phone call saves the life and that, through the social media, this time well used, it is possible to go back to the owner of the quickdraws. However, in Italy, the best way to make it clear that you reserve a route for yourself is certainly not to leave the draws on it: removing the plates on the first two bolts is certainly more effective.

Coming to the less specific considerations, there are those who believe that the bolter has NEVER the reserve of his own route. It is a respectable opinion that is based on the fact that the rock belongs to everyone and no one, and that the action of bolting, seen from a particular angle, is a sort of appropriation by the bolter. No one forces you to bolt a line, on the contrary: others might have done it better, or more to the right or to the left or closer or farther. In short, bolting is a public act, not a private act. Keeping a line private on public land is a claim that has no legal basis whatsoever. The bolter cannot force anyone to keep away from the piece of rock he has bolted.

Common sense, however, says the opposite: those who bolt and clean and put money to prepare a line know how much effort (and sometimes risk) this operation costs; it is normal that you want to be the first to climb on it and, maybe realize the RP.

A temporary reserve seems to be the most logical and reasonable of solutions: a certain amount of time within which the bolter must make the shot before giving it “to the wolves”. Six months? One year? Everyone is free to have their say, but a “life” reserve really seems an unreasonable solution.

Trying to talk to each other, to talk to each other, to explain oneself, should still be the best way to deal with these issues between people who share the same passion: both the protagonists of this story could have done a little more before slaughtering and being slaughtered on social media.

According to us, De Bonis would have had some residual reserves available (even if Favresse had been the first bolter) but he would have had to communicate his exclusivity more clearly. The diatribe regarding the name makes no sense: on the guides it was “Favresse project” and no one had put another name at the base.

The publication of Webber about the first RP was then in a certain sense “fortunate”: if it is true that he knew nothing about De Bonis’s attempts, he could not be sure that the owner of the postponements, maybe a South African guy with little social activity, hadn’t already sent it and left the quickdraws to go back to taking pictures …

Il video di Webber dopo la prima RP

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: