Interviste – Pareti Climbing Magazine https://pareti.it Alpinismo, Climbing, Bouldering Thu, 18 Jul 2019 13:37:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2.4 139195174 Il mito è stato ripetuto: “L’erba del diavolo” ha una seconda salita. https://pareti.it/il-mito-e-stato-ripetuto-lerba-del-diavolo-ha-una-seconda-salita/ Thu, 18 Jul 2019 12:31:46 +0000 https://pareti.it/?p=4242 La via più dura del Gran Sasso salita da Angelozzi, De Patre e Pontecorvo L’ultimo mito del Gran Sasso? Ce ne sarà in futuro certamente un’altro, ma era dal 2008 che “L’erba del diavolo” al secondo pilastro d’Intermesoli attendeva una ripetizione; dopo l’apertura in più riprese da parte del romano di Francia Bertrand Lemaire e […]]]>

La via più dura del Gran Sasso salita da Angelozzi, De Patre e Pontecorvo

La foto dalla cima

L’ultimo mito del Gran Sasso? Ce ne sarà in futuro certamente un’altro, ma era dal 2008 che “L’erba del diavolo” al secondo pilastro d’Intermesoli attendeva una ripetizione; dopo l’apertura in più riprese da parte del romano di Francia Bertrand Lemaire e Roberto Rosica, la via aleggiava nel mito del rischio e della difficoltà reale, mai dichiarata dagli apritori (che attendevano le ripetizioni). Un brutto volo nel 2006 aveva anche rallentato e resa molto più emozionale la prima salita, come raccontato nel sito di LivelloZero dove si trovano ottime foto della prima salita.

Della ripetizione, da parte della fortissima cordata mista abruzzese – romana formata da Lorenzo Angelozzi, Daniele De Patre ed Emanuele Pontecorvo non ci sono invece quasi immagini se non quella sulla cima e un brutto scatto in parete, che mettiamo qui sotto. Insomma il contrario degli alpinisti multimediali e instagrammati di oggi. Anche per questo li abbiamo intervistati, perchè oltre all’impresa fa notizia anche il modo.

La via non è stata ripetuta in libera integrale, ma è uno dei progetti futuri del trio; che, per rispetto della scelta dei primi salitori, non si pronuncia sul grado (ma magari deciderà di farlo dopo la RP)

La sola foto scattata in parete col cellulare

Chi di voi ha coltivato di più l’idea della ripetizione e ha contagiato gli altri?

Il seme è piantato da 10 anni nelle teste di tutti e tre. L’episodio chiave che ha acceso la miccia è stato in palestra, da Mondi Verticali. Sono stato sorpreso alle spalle da Daniele mentre leggevo la relazione, colto sul fatto, non potevo negare… Ne abbiamo sparlato un po’ a cena, ma non troppo, ed era fatta. Per Manuelito è bastata una telefonata. “Ok, CVL (ci vediamo là)”. Era solo un’idea, non ci volevamo andare veramente.

La via aveva avuto altri tentativi a voi noti?

Da quello che he noi sappiamo non ci sono stati tentativi. Ma non è che sappiamo tante cose.

È andata al primo tentativo oppure è un ritorno?

Domenica scorsa era la prima volta che provavamo ad attaccarla. L’abbiamo spiata dalle vie affianco ma niente di più.

Come vi siete organizzati come cordata?

Ecco, l’organizzazione. Come abbiamo deciso di organizzarci ha funzionato alla grande. È andato tutto come speravamo. Non abbiamo fatto scelte razionali ma ci siamo fatti guidare dall’istinto, dallo stomaco. Sapevamo in qualche modo che i tiri chiave erano i primi tre ed ognuno di noi, conoscendosi e conoscendoci, sapeva a quale era destinato. Il primo tiro, se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, va a Daniele. Il primo movimento, a detta degli apritori, “è una barzelletta”. Ora ci ridiamo su. È folle, e solo un folle poteva, pronti-via, affrontarlo. Questo è essere Daniele De Patre. Il secondo tiro sarebbe dovuto essere il più duro da scalare ma non il più pericoloso. Ogni metro era da scoprire, ogni protezione solida generava una standing ovation. Andava affrontato rapido e leggero. 50mt., fessura, placca, diedro e forte strapiombo. Un capolavoro. Tocca a me, che se c’è da scalarsela veloci e leggeri mi diverto sempre. La grande incognita, il terzo tiro. Si parla di un lungo tratto sprotetto, vietato volare. La via è strozzata sulla destra dal Bosco Degli Urogalli (via del grande Roberto Iannilli). Piega a sinistra forzatamente. Doveva andare qualcuno che avesse pazienza, occhio, esperienza e coraggio. Manuelito, senza dubbio. Sale sicuro e forza lo strapiombo che era stato, all’apertura, aggirato. Duro ma “più sicuro”.

Vi eravate consultati con Lemaire prima di partire?

Manuele, che lo conosce bene, lo ha sentito al telefono, ma le informazioni extra rispetto alla relazione scritta non sono illuminanti. Non sciolgono la tensione dei nostri dubbi.

La via è in effetti così pericolosa?

La via richiede un buon livello fisico e mentale, può diventare pericolosa se non sei all’altezza della situazione. Dividere equamente i tiri chiave ci ha permesso di affrontare con lucidità ogni tratto potenzialmente pericoloso.

Quali sono i tratti chiave?

Ogni lunghezza ha la sua insidia, i primi metri e il termine di L1. La placca in aderenza e i primi metri dello strapiombo su L2. L’uscita, comunque la si affronti, di L3 (parliamo di tratti obbligatori, in libera è un’altra storia, che speriamo di raccontare presto).

Qualcuno ha sottolineato il fatto della “cordata abruzzese”: c’è orgoglio regionale?

La cordata in realtà è formata da due abruzzesi e un romano. Non ci frega tanto della cordata abruzzese, siamo tre frequentatori del Gran Sasso, nati alpinisticamente sul Gran Sasso. Ci vogliamo bene. Siamo fieri di questo.

Avete altri progetti a tre in mente?

Scalare quanto più possibile nella vita e in quanti più posti possibile. Poi se ci riusciamo insieme tanto meglio. Il prossimo progetto lo decidiamo all’ennesima cena con sbornia, tanto la testa ci frulla di continuo. Comunque vogliamo provare la libera integrale, abbiamo le idee abbastanza chiare, adesso; resta da capire il primissimo movimento del primo tiro, servirà inventarsi qualcosa di molto dinamico!

Niente foto, niente instagram..

Siamo lontani da un pensiero di alpinismo main stream. Per quanto ci possa piacere condividere con gli amici una soddisfazione come questa, la vera gioia è stata vivere quei momenti. Non abbiamo smesso un secondo di divertirci. Poi a dirla tutta Manuele e Daniele non avevano il telefono dietro, altrimenti qualche scatto ce lo saremmo tenuti volentieri! Il più importante però lo abbiamo condiviso con tutti, la felicità della vetta e ce lo teniamo stretto.

QUI è possibile consultare una relazione scritta della via, senza gradi

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Tutto sul Gerolasass! https://pareti.it/tutto-sul-gerolasass/ Fri, 07 Jun 2019 09:31:06 +0000 https://pareti.it/?p=3966 Lunga intervista con Simone Pedeferri, che spiega come sarà il nuovo raduno valtellinese Gerolasass: quindi sassi e Val Gerola, che è una valle che sta praticamente “di fronte” alla Val Masino, sul versante opposto della Valtellina. E’ qui che Christian Candiotto, guida alpina dal buon fiuto, ha capito il potenziale dei massi grandi e piccoli […]]]>

Lunga intervista con Simone Pedeferri, che spiega come sarà il nuovo raduno valtellinese

Gerolasass: quindi sassi e Val Gerola, che è una valle che sta praticamente “di fronte” alla Val Masino, sul versante opposto della Valtellina. E’ qui che Christian Candiotto, guida alpina dal buon fiuto, ha capito il potenziale dei massi grandi e piccoli che si trovano vicini al paese di Gerola, il più importante della valle. Da lì a un consulto con “Doctor Climb” Simone Pedeferri, valorizzatore di tutti i boulder delle mitiche edizioni del Melloblocco, era un attimo. E così anche l’idea di un raduno alternativo e con una formula nuova, che comprendesse anche la corda su vie mai salite prima. a supportare l’evento del 21-23 Giugno due partner storici del Melloblocco: Marmot e Wild Climb

Simone Pedeferri su Gerolasass:

Quando e come sei venuto a sapere dell’esistenza dei blocchi della Valgerola?
Quello che mi ha portato a scoprire la zona di  Gerola e quell’idea che ho sempre avuto di portare la scalata in posti dove è poco conosciuta o dove non esiste proprio, è quel istinto che mi ha portato a scoprire posti per il mondo e  salire non solo pareti ma a chiodare monotiri  e salire blocchi in posti sconosciuti …Qui in Valtellina è stata la stessa voglia: uscire dalla val Masino dove abito e chiodo   abitualmente  e trovare altri posti in zona , Gerola  è nata perché ha ottobre Cinghio ( Cristian Candiotto…)  che è la guida di questa valle e il miglior conoscitore della zona mi ha chiamato per un parere su alcuni sassi che aveva  trovato . È nato tutto in modo molto spontaneo ho visto i sassi quelli per la corda e ho notato gli altri minori per il boulder ho capito che c’era un buon potenziale ho anche trovato tracce di passaggio su alcuni sassi che ho scoperto poi essere di Andrea Pavan e Cristian un suo amico …  Ho capito che in questa valle l’arrampicata si era sviluppata solo in quota su alcune pareti più alpinistiche  come i denti della Vecchia  o la falesia in val di Trona, chiodata da Andrea Savonitto, ma mancava un tassello che collegava tutto questo con una visione moderna . Quindi  sono salito qualche giorno a visitare diverse zone nella valle alla fine di questi giri ho individuato due  zone vicino al paese quella di Valle e quella di Vallis  che avevano determinate caratteristiche e potenzialità,oltre che essere in un ambiente naturale molto bello e anche a poca distanza l una dall’altra e completamente differenti. Finita  questa esplorazione avevamo due possibilità o sistemare la zona lentamente da ” privato climbing “, ma ci sarebbero voluti anni e non con questo risultato, oppure presentare un progetto con Cinghio al comune di Gerola,  che è sensibile a idee nuove per il turismo; e così e stato fatto e accettato. Ho messo insieme un bel gruppo  di amici con cui da anni  chiodiamo e  puliamo, praticamente la squadra che ha creato i settori del Melloblocco e le 8 falesie nuove  in Masino ….  ci siamo  divisi in due gruppi, uno per i boulder l’altro per le vie, e il lavoro si è sviluppato in 50 giorni tra aprile e maggio,  interrotto ogni tanto dal brutto e dalla neve. Abbiamo creato 220 passaggi  dal 3 al 8a/+ piu  alcuni progetti, 50 vie  su questi sassoni. Quindi vie corte, dai 10 m ai 15 m dal 3 al 8b+, e qualche  progetto. Poi abbiamo fatto anche  tutti i sentieri che collegano i sassi e alcune scale in legno una dozzina di basi di grandi  dimensioni più  due ponti; alla fine abbiamo scalato e provato tutto e mappato per una piccola  guida che sarà inserita nel pacco gara. È stata un bella scoperta, perché quando vai a pulire cose nuove, anche se hai esperienza e occhi, c’è sempre una parte non chiara di quello che puoi trovare sulla roccia.Pproprio la roccia di Gerola è stata l’impulso maggiore: una roccia che non conoscevo, cioè il verrucano, che mi ha sorpreso a livello motorio con appigli particolari.  Soprattutto direi che i piatti che hanno un buona aderenza sono stati gli appigli più sorprendenti su  questi sassi levigati dal fiume Bitto. Questa roccia a livello scalatorio è un po’ l’unione tra il granito e il calcare

Credi che si possa ricreare un’atmosfera simile a quella del Melloblocco?Riguardo all’atmosfera che si è creata al Melloblocco… credo che ogni evento sia diverso.  Giustamente  il Mello si è inserito in un momento importante per il boulder e in un luogo esteticamente bellissimo con alle spalle un storia alpinistica, addirittura quella dell rivoluzione negli anni 70 e 80, così importante per la scalata. E’ difficile ricreare una cosa del genere; da artista io faccio questo paragone:  2 quadri hanno lo stesso stile, ma forme e equilibri diversi; entrambi a loro modo funzionano. Mello e Gerola sono giustamente due quadri diversi, entrambi con il loro equilibro. Comunque, per me, è sempre stato importante creare qualcosa che non sarebbe mai stato possibile da solo e  i settori  di blocchi in valle sono una realtà che sono rimasti al di là dell’evento, come a Gerola .

C’è differenza di atteggiamento nei confronti dei climbers da parte delle autorità della Valgerola rispetto a quelle della Val Masino ? Preferisco non commentare i differenti  atteggiamenti dei due comuni val Masino e Gerola. Posso dire che il comune di Gerola è stato molto attento alla proposta che gli abbiamo fatto e hanno accettato questa idea pur non avendo ben chiaro il mondo del boulder e della scalata; sono stati molto bravi e sensibili, un atteggiamento positivo insomma! E il format della manifestazione è completamente differente dal Mello, due realtà due quadri diversi stessa tela.. la natura.

Come avete pensato di strutturare la gara di blocchi è quella di corda? Il format per la gara sarà un raduno auto certificato. Ho scelto 13 problemi uomini  e 13 problemi donne. Esempio:  per gli uomini 4 problemi dal 7a al 7b danno 1 punto  5 problemi dal 7b al 7c danno 2 punti  e gli ultimi dal 7c al 8…  danno 3 punti se sali fles vale un +   ( tipo 1 +  )  lavorato vale solo il punto normale.  Si hanno due giorni per provare e salire i passaggi  e per entrare in classifica  bisogna salire un minimo di 3 passaggi.  Finiti i due giorni si consegna il foglio per la classifica finale; i premi vanno dal primo di 1000 € fino al sesto di 200 € . Per quanto riguarda la corda:  per valorizzare anche questo lavoro ho scelto due vie, una per le donne e una per gli uomini, che non fanno classifica per il boulder ma con un montepremi su ognun, da dividere in base alle salite. Il tutto sempre auto certificato, ma nelle due zone ci saranno 4 giudici due in Vallis e due in Valle solo per indicazioni  o spiegazioni se ci dovesse essere qualche dubbio sui problemi gara .

 Ci sono delle iniziative collaterali a supporto, tipo filmati e o cose del genere? Si durante l’evento sono previste proiezioni di varie aziende e concerto il sabato sera con un gruppo Rock .Ci sarà una parte dedicata al Gerola baby, molto importante,  con le guide alpine; infatti nel progetto sono stati valorizzati sia sassi per bambini che strutture con la corda per principianti. infine sono in fase di creazione altri eventi .

In quota si scala? Si in quota ci sono varie possibilità alpinistiche in inverno  ci sono molte cascate e giri scialpinistici mentre Cinghio ha fatto un ottimo lavoro aprendo numerose vie di misto negli ultimi anni e pubblicando relazioni. In quota per l’estate ci sono numerose salite alpinistiche su guglie o pareti di verrucano con sviluppi fino a 200 m; il posto più conosciuto sono i denti della Vecchia. Da Pescegallo parte una seggiovia che sarà aperta nei giorni del raduno.

Infine due parole sulla ricettività. Cosa trova il climber in valle? Tutto: dall’albergo, al B&B all’area camper (solo parcheggio) alla possibilità di mettere la tenda presso il campo sportivo e di usufruire dei bagni e della doccia. Il modo migliore di vivere il raduno sarà parcheggiare e poi spostarsi sempre a piedi; tanto in dieci minuti vai dal paese ai blocchi, con il Palagerola, che farà da centro nevralgico, a portata immediata per tutti e con tutti i servizi. C’è anche un numero di riferimento per avere maggiori info: 3938644223 e una mail gerolasass@gmail.com

Dimenticavamo il costo del pacco-gara Con 15 euro hai la maglietta della manifestazione, la guida completa delle vie e dei blocchi e i gadgets degli sponsor. In pratica guadagni spendendo…

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Muscolo e sangue: intervista a Marcello Bruccini https://pareti.it/muscolo-e-sangue-intervista-a-marcello-bruccini/ Fri, 10 May 2019 12:52:15 +0000 https://pareti.it/?p=3801 Dopo la ripetizione della “Terza età” 9a Non c’è pieno di ultraquarantenni con un 9a all’attivo. Non c’è pieno di ultraquarantenni che ci arrivano oltre i quarant’anni senza averne fatti altri prima. Cioè nella “terza età sportiva”. Mai come in questo caso il nome si adatta alla storia di Marcello Bruccini, spezzino con il sogno […]]]>

Dopo la ripetizione della “Terza età” 9a

Non c’è pieno di ultraquarantenni con un 9a all’attivo. Non c’è pieno di ultraquarantenni che ci arrivano oltre i quarant’anni senza averne fatti altri prima. Cioè nella “terza età sportiva”. Mai come in questo caso il nome si adatta alla storia di Marcello Bruccini, spezzino con il sogno di ripetere una via liberata e gradata dal climber più forte del mondo, Adam Ondra, che in una rapida ventata di attività a San Rocchino, boschi di Camaiore, aveva liberato un 9a e un 9a+. San Rocchino è una falesia che aveva visto le prime aperture già negli anni ’90, con quattro vie in parte scavate e presto dimenticate. Ora è il centro nevralgico della alta difficoltà del camaiorese, dove ognuno, dal 6c al 9a+, appunto, può trovare linee tra le migliori del centro nord.

Hai iniziato a provarla prima o dopo che la liberasse Ondra?

Quando Luca (Lucchesi ndr) la richiodò e la sistemò in realtà me la fece provare,ma in quel periodo già stavo provando un tiro in un altro settore,ma sinceramente mi sembrava mostruosa.

Com’è stata la tua storia sulla via? Quando hai deciso di provarla seriamente?

Dal momento che avevo liberato due tiri al settore(cimitero)sempre Camaiore, gradati da me 8c+,l idea di misurarmi su un 9a liberato da Ondra,mi motivò tantissimo e di fatti appena lo fece, incominciò “l assalto”

E’ vero che hai comprato una macchina a metano per farte avanti e indietro da Spezia?

Beh direi di si,il fatto di dovermi spostare cosi tante volte da La Spezia a Camaiore,circa120km a volta,mi è sembrata una cosa giusta.

La porzione di parete sopra Casoli denominata “San Rocchino”

Chi ti ha aiutato di più nei tentativi? 

In molti mi hanno aiutato, devo dire sinceramente che tutte le persone che mi hanno visto provarla non mi hanno mai fatto mancare una parola di fiducia e di incitamento a persistere..ma sicuramente nello specifico sia mia moglie Barbara, e soprattutto Franco Mosti, devo un ringraziamento particolare, perché si sono sempre resi disponibili,caldo,freddo ecc., a farmi sicura fondamentale in questi casi. E poi E9, che non mi fa sicura ma mi aiuta.

Hai usato methode personali?

L’ho dovuta un po’ personalizzare ,anche se difficile per così tanti movimenti obbligati,ma sono contento di averne risolti alcuni “con farina del mio sacco”.

San Rocchino è rimasta lì per più di dieci anni con quattro vie dimenticate. Poi cos’è successo?

In questi ultimi anni la valle di Camaiore è cresciuta molto dal punto di vista qualitativo e quantitativo dei tiri chiodati e liberati,e questo è grazie a diversi personaggi tra cui il “Vigio” (Roberto Vigiani ndr) una vera macchina da guerra,al charro (lorenzo abbarchi) ed a Luca Lucchesi autore delle linee più dure di san Rocchino e per l appunto de “la terza età”che è riuscito a riportare in “vita” dopo anni di abbandono..

Credi di avere ancora margini di miglioramento?  

Non so veramente se ho ancora margine di miglioramento,spero di si,ma quello che però ancora sento di fare, è provarci.

Hai un altro progetto attivo in zona?

Il sogno è “naturalmente”, l’paltro tiro che passa proprio a fianco de la terza età, che ha liberato sempre Ondra, grandandolo 9a+ hard (nei suoi commenti) un sogno anche perché, la chiodai io assieme a Stefano Zanchetta e poi richiodata dal solito Lucchesi … sarebbe un coronamento perfetto…

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Chimera: il gran tentativo invernale di Migliorini e Zaccaria https://pareti.it/chimera-il-gran-tentativo-invernale-di-migliorini-e-zaccaria/ Mon, 11 Mar 2019 14:04:44 +0000 https://pareti.it/?p=3273 La meteo ferma i due vicini alla cima di una invernale coi fiocchi Contano i tentativi? Contano, contano. Specie se durano per tre giorni in pieno inverno su una parete che resta all’ombra quasi sempre e si fermano molto vicini alla cima del Civetta e dopo il tiro chiave. Lungo una via come Chimera, difficilissima […]]]>

La meteo ferma i due vicini alla cima di una invernale coi fiocchi

Contano i tentativi? Contano, contano. Specie se durano per tre giorni in pieno inverno su una parete che resta all’ombra quasi sempre e si fermano molto vicini alla cima del Civetta e dopo il tiro chiave. Lungo una via come Chimera, difficilissima da fare in giornata anche in estate. “Chimera verticale”, aperta da Alessandro Baù, Daniele Geremia, Alessandro Beber e Luca Matteraglia in 8 giorni durante le estati 2007 e 2008 attendeva la prima invernale e ci hanno provato Giovanni Zaccaria e Claudio Migliorini, entrambi guide. Ecco come ci ha risposto Giovanni al riguardo:

Noi troviamo i tentativi molto romantici, specie quelli che s fermano a soli sei tiri dalla cima: quanto è costato rinunciare?

È costato davvero molto, stavamo bene ed eravamo motivatissimi. Avevamo appena salito il tiro chiave della via. Dopo un giorno completamente all’ombra, il sole illuminava la Nord-Ovest con un caldo tramonto. Avevamo un’ora di luce davanti per alzarci ancora sulla parete. Non c’era un filo di vento, si stava benissimo. Abbiamo dovuto fare un grandissimo sforzo per convincerci che il giorno seguente quello stesso posto sarebbe diventato un inferno.

Il temporale “estivo” è poi arrivato o vi siete mangiati le mani?

Il giorno seguente il meteo è peggiorato rapidamente ed al pomeriggio è arrivata una breve ma intensa bufera. Avevo salito quella stessa via in agosto e la sera era arrivato un imprevisto temporale. Avevamo atteso tre ore in cima, al riparo di una minuscola nicchia attendendo mentre tuoni e fulmini si sfogavano sulla montagna. Ripetere l’esperienza d’inverno sarebbe stato ancora più pericoloso.

Non era quasi più difficile scendere in doppia?

Scendere in doppia e disarrampicare lo zoccolo non era una scelta né comoda né facile. Anche perché un paio di soste in salita non le avevamo trovate a causa della neve. Era semplicemente la scelta più sicura, saremmo stati fuori dalle difficoltà più velocemente.

A spanne quante ripetizioni ha la via in estate finora? E quante in libera?

Ad agosto con Alessandro Baù avevamo ripetuto la via per festeggiare il decennale dell’apertura e lasciare il libro di via. Abbiamo ricostruito le salite contando circa una ventina di ripetizioni, la metà ipoteticamente in libera.

Rispetto all’estivo quanta libera siete riusciti a fare, tra neve, difficoltà e freddo?

Avevamo un solo paio di scarpette che andavano più o meno bene ad entrambi. La strategia di salita prevedeva che Claudio, decisamente più in forma sulle dita di me, avrebbe salito da primo più tiri possibile, per poi passarmi il comando agli ultimi tiri, che ricordavo bene da quest’estate. Io, che questo ultimo mese ho indossato tutti i giorni (anche il giorno prima di partire!) gli scarponi da sci, risalivo la statica il più velocemente possibile, facendo enormi pendoli in giro per la parete e portando su il saccone. Ho scalato, con gli scarponi, solo il traverso di L7. Claudio invece, apparte L9, dove la roccia gelida non ha aiutato, il resto ha scalato tutto in libera! Solo un resting su L6 a causa dei piedi congelati e della suola delle scarpette fredda come il marmo. Un paio di volte poi si è trovato in posizioni molto scomode, appeso alle picche, a dover cambiare di assetto tra scarpette e ramponi o viceversa.

Quante volte ci avevi provato e sopratutto: ci riproverai?

Per entrambi era la prima esperienza in inverno su di una parete così grande. Non so se e quando ci riproverò, ma di sicuro cercherò ancora le sensazioni che un’avventura del genere ci ha regalato.

Dopo Zuita Patavina sarebbe stata una accoppiata clamorosa e in un certo senso la è lo stesso: in una scala da 0 a 10 quanta avventura è il Civetta in pieno inverno? Quali chances ci sono di essere soccorsi, eventualmente?

È bellissimo partire con tutto il necessario sulle spalle, allontanarsi dalla civiltà con la sensazione che per i successivi lunghi giorni si vivrà e si scalerà completamente autonomi. Al di là delle scale, l’avventura è totalizzante. Come in Patagonia… In Civetta il telefono prende bene, un elisoccorso non avrebbe complicazioni particolarmente diverse da quelle estive. I problemi possono piuttosto essere legati al maltempo, alle lunghe ore notturne. Senza il supporto del rifugio Torrani (nido d’aquila 300mt sotto cima, aperto solo d’estate), un soccorso senza elicottero sarebbe decisamente complicato.

Chimera verticale alla NW del Civetta si sviluppa tra la Andrich e la Aste e consta (a farli precisi da relazione) di 15 tiri con il chiave di 7bc al nono tiro. Soste e protezioni lungo i tiri: chiodi normali.

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Highball! Intervista con Davide Bassotto https://pareti.it/highball-intervista-con-davide-bassotto/ https://pareti.it/highball-intervista-con-davide-bassotto/#respond Tue, 19 Feb 2019 09:46:00 +0000 https://pareti.it/?p=3099 Il giovane figlio d’arte scala forte e… anche molto alto da terra! Giovani forti ce ne sono tanti in Italia, ma la maggior parte di loro preferiscono rimanere ben al di qua della comfort zone, quella che non prevede la sequenza infortunio – dolore – riabilitazione in caso di malaugurata caduta. Davide Bassotto è invece […]]]>

Il giovane figlio d’arte scala forte e… anche molto alto da terra!

Giovani forti ce ne sono tanti in Italia, ma la maggior parte di loro preferiscono rimanere ben al di qua della comfort zone, quella che non prevede la sequenza infortunio – dolore – riabilitazione in caso di malaugurata caduta. Davide Bassotto è invece uno dei quelli che trovano il coraggio, se innamorati di una linea, di spingere sull’accelleratore del cuore. Il video che mettiamo sotto è una delle ripetizioni non frequenti di “Trojan Horse” 8a, blocco valdostano dalla paternità illustre (Gabriele Moroni), dove il coraggio va diviso anche con lo spotter che rischia una “uomata” in diversi punti della salita. recentemente Davide, figlio di Pietro Bassotto, top climber degli anni ’90, ha salito anche Incidente a Glasgow 8a+, sempre ad Outrefer, Val d’Aosta.

In quanto figlio d’arte condividi ancora la passione con tuo padre Pietro: da piccolo sei stato forzato a scalare?

Assolutamente sì. Mio padre è sempre molto motivato a scalare e quando frequento posti vicino a casa spesso è mio socio. Da piccolo ho praticato diversi sport: ginnastica artistica, pattinaggio, sci, skate tra cui anche arrampicata che non era per me il più interessante. Mio padre Pietro mi ha sempre appoggiato in tutte le attività senza pretendere che mi concentrarsi su una in particolare. Il desiderio di incominciare ad arrampicare seriamente fu mio.

Provate le vie e i blocchi insieme con tuo padre?

A volte sì. Nonostante i suoi 55 anni possiede ancora un buon livello di forza ed è capitato anche recentemente che risolvesse alcuni passaggi prima di me sia di boulder sia con la corda.

Sei più concentrato sul boulder o sulla corda?

Amo entrambe le discipline allo stesso modo se si parla di outdoor. Da anni non programmo un allenamento. Quando vado in palestra le mie attività sono improntate sempre e solo sulla forza e su tutti gli aspetti divertenti di stare in palestra con degli amici, per questo motivo non mi sono mai sentito adatto a seguire un allenamento di resistenza. Per quanto riguarda le competizioni prediligo il boulder.

Non sei andato a Prato per la prima prova di Coppa Italia? Come mai? Nel 2018 eri andato bene…

Dopo il Campionato italiano 2018 ero molto carico per partecipare a tutte le gare della stagione 2019. Però l’arrampicata non è tutto. Per me ci sono cose altrettanto importanti come lo studio e il lavoro. Nell’ultimo mese sono stato molto impegnato tra trasferte di carattere lavorativo e sessione esami. Sono riuscito a scalare solo uno/due giorni a settimana (nei week-end). Ho mancato l’appuntamento a Prato perché rientravo da Francoforte e sabato mattina ho lavorato. Domenica sono riuscito a concedermi un giorno di scalata a Outrefer. Ci tengo a precisare che per me una bella giornata sulla roccia vale come un ottimo risultato in gara.

Quanto ti prende l’highballing rispetto al boulder normale?

Generalmente non vado a cercarmeli. “The Trojan Horse” però è uno dei massi più belli delle nostre zone e ho sempre sognato salirlo.

Sul blocco del video quanto è alto il rischio di cadere fuori equilibrio?

ll blocco ha un atterraggio in piano, inoltre i movimenti non sono particolarmente dinamici.  Una caduta fuori equilibrio è sempre possibile ma quando sei la sopra è l’ultima cosa a cui devi pensare.

Che progetti hai per quest’anno?

I miei progetti sono partecipare alle prossime gare di Coppa Italia.

In primavera mi concentrerò principalmente sul boulder e farò tappa sicura a Fontainebleau Magic Wood e Champorcher. D’estate spero di passare più tempo possibile a Ceüse.

Sei entrato nel team Rock Slave: che senso di responsabilità ti dà, eventualmente, scalare “per qualcuno”?

Innanzitutto sono molto contento di essere stato chiamato a far parte del team RS. Ho sempre scalato solamente per la mia passione e per piacere personale, sapere di appartenere a un team è per me fonte di ulteriore motivazione.

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Bagno di folla per Ondra a Bolzano, Parma e Trieste https://pareti.it/bagno-di-folla-per-ondra-a-bolzano-parma-e-trieste/ https://pareti.it/bagno-di-folla-per-ondra-a-bolzano-parma-e-trieste/#respond Mon, 21 Jan 2019 17:29:56 +0000 https://pareti.it/?p=2831 Mini video intervista della Gazzetta di Parma al campione ceco Le telecamere della Gazzetta di Parma e della Rai hanno ripreso Adam Ondra durante il suo show al Pareti Sport Center di Parma. Durante una breve sessione di poco più di un’ora Adam ha scalato in sequenza e sempre a vista un  7a, 8a, 8b+, […]]]>

Mini video intervista della Gazzetta di Parma al campione ceco

Le telecamere della Gazzetta di Parma e della Rai hanno ripreso Adam Ondra durante il suo show al Pareti Sport Center di Parma. Durante una breve sessione di poco più di un’ora Adam ha scalato in sequenza e sempre a vista un  7a, 8a, 8b+, 8a+, 8a+, 8a, 7c, 7c. A suo stesso dire con gradazioni anomale per una sala d’arrampicata, posti dove in genere vige la regola del “grado commerciale”. La giornata era parte di una più ampia manifestazione sotto l’egida di Montura e delle locali Alpstations. da notare che durante le serate Adam fa poi vedere spezzoni video inediti della sua salita del Dawn Wall. Quindi, vi ricapitasse a tiro, non perdetelo!

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In inverno sullo Spiz di Lagunaz: l’avventura fuori dal tempo dei Sega (padre e figlio) https://pareti.it/in-inverno-sullo-spiz-di-lagunaz-lavventura-fuori-dal-tempo-dei-sega-padre-e-figlio/ https://pareti.it/in-inverno-sullo-spiz-di-lagunaz-lavventura-fuori-dal-tempo-dei-sega-padre-e-figlio/#respond Wed, 16 Jan 2019 09:32:03 +0000 https://pareti.it/?p=2777 Anche un tentativo può essere eccezionale, da vivere e da farsi raccontare: una delle più belle storie dell’inverno 2019 Le Pale di San Lucano sono lì, lo Spiz di Lagunaz anche lui è lì. Tutto in vista. Non c’è un trekking nepalese per arrivare all’attacco del sentiero. Eppure si tratta di una avventura fuori dal […]]]>

Anche un tentativo può essere eccezionale, da vivere e da farsi raccontare: una delle più belle storie dell’inverno 2019

Le Pale di San Lucano sono lì, lo Spiz di Lagunaz anche lui è lì. Tutto in vista. Non c’è un trekking nepalese per arrivare all’attacco del sentiero. Eppure si tratta di una avventura fuori dal tempo, anche se ci vai in estate. I telefoni non prendono, la ritirata è quasi peggio del tentativo di uscire, gli eventuali soccorsi, pure riuscendo a chiamarli, sarebbero roba da tori. Come andarci in inverno, roba da veri tori.

Non è nemmeno usuale che la cordata sia familiare in senso trasversale: padre e figlio, oltre che roba da tori è roba rara. Christian (il figlio) e Valentino (il padre) Sega, sono partiti a metà gennaio per tentare l’invernale allo Spiz di Lagunaz, che sembra lì, ma è un lì che sta dietro altra roccia che la prospettiva schiaccia allo sguardo di chi arriva dalla strada di fondovalle. Tanto da costringerti a fare due vie: una per arrivare alla parete e poi la parete vera e propria. E in discesa replay al contrario, anzi moviola, perchè in estate si parla di sei ore da gustarsi con tutta la stanchezza della via realizzata. Insomma non c’è traffico alle pale di San Lucano e ancor meno sullo Spiz di Lagunaz, dove ad attendere i Sega c’era il mito di Casarotto, il più forte alpinista solitario di tutti i tempi (parere della Redazione e non solo). La Casarotto-Radin è una delle poche vie che Renato aprì sulle nostre montagne (poche in rapporto al resto della sua mostruosa carriera) ed è di gran livello (VI+ e A1) oltre che di gran sviluppo.

Alla fine la cordata dei Sega non ce l’ha fatta, ma in questi tempi di discussioni sul posizionamento del terzo spit delle vie di sportiva, di soste a prova di bomba in montagna, di avvicinamenti all-inclusive trasportati da telecabine con frigobar… è una storia estremamente romantica e motivante per tutti quelli che credono che l’avventura sia ancora possibile senza andare in capo al mondo.

La prima domanda è la più scontata: avevate già percorso la Casarotto- Radin in precedenza, vero?  No, mai fatta prima.

Ah, ok. Ma quanto è fuori moda e fuori dal tempo cacciarsi a San Lucano in inverno? Pale di San Lucano: un nome che già da solo è evocativo di grandi nomi dell’alpinismo e grandi fatiche, questo “piccolo” e sconosciuto gruppo montuoso, schiacciato tra la grande mole di gruppi montuosi più blasonati come Civetta, Pale di San Martino ed Agner, racchiude al suo interno una serie di fisionomie segrete a molti. Effettivamente è fuori moda: ecco come definirei queste pareti dall’avvicinamento che già da solo ha il dislivello di un migliaio di metri ed oltre, tanto che per programmare un’uscita su queste pareti servono più giorni a disposizione ed una logistica impeccabile… Proprio queste sono le caratteristiche che ci piacciono di un’avventura e quindi perché no? Tentiamo un attacco al diedro Casarotto-Radin in invernale, gli ingredienti ci sono tutti: tre giorni di tempo gelido ma stabile, poca neve sulle montagne ed un compagno con cui ho già diviso dieci anni di alpinismo, mio padre Valentino Sega!

Perché fare tutta questa fatica per non compiere nemmeno la “prima” invernale? Facciamo un passo indietro… Sono stato per la prima volta ammaliato da questi monti nel 2013 quando con Tito Arosio abbiamo fatto la prima ripetizione all’allora neonata “Via della Collaborazione”, ci sono tornato qualche anno dopo per compiere una delle rare ripetizioni in giornata della “Via per l’Ultimo Zar” al Pilastro Titan. Dopo due vie così impegnative e rinomate mi sono accorto che mancava all’appello la via simbolo di queste montagne: il diedro Casarotto-Radin! Mi sono detto: chissà che avventura infilarsi in questi Boral d’inverno, perché non provarla proprio in questa stagione? Poi il sogno è rimasto chiuso in un cassetto qualche anno, gli impegni lavorativi e il corso Guida mi hanno tenuto lontano da avventure di questo tipo.

Come avete gestito la logistica? Quest’anno ecco che l’occasione si presenta: mio padre mi chiede di fare un’invernale insieme! Subito gli propongo il Gran Diedro e lui accetta senza pensarci due volte, ora bisogna pensare alla logistica. L’assenza di neve di questo magro inverno da un lato aiuta l’arrampicata, ma dall’altro obbliga a portarsi sulle spalle chili e chili di acqua per bere e cucinare qualcosa alla sera. Subito pensiamo di dividere la via in 3 giorni, con la salita dello zoccolo il primo giorno, la via fino a dopo il grande diedro il secondo giorno ed il terzo giorno gli ultimi tiri e la discesa. Lo zoccolo, che già normalmente è una faticata tremenda, quest’anno è in condizioni a dir poco tremende. Appena entrati in Valle di San Lucano ci accorgiamo che il tremendo vento di fine ottobre 2018 è arrivato anche qui, e, come se non bastasse, il fuoco dell’incendio del 24 Ottobre scorso ha bruciato completamente la zona centrale dello zoccolo della terza pala, tanto che pareva di stare in un film post-apocalittico a salire da quel bosco verticale. Risultato: l’avvicinamento classico alla terza Pala non esiste più e bisogna arrangiarsi con deviazioni e aggirare la zona maggiormente colpita cercando di salire “alla meno peggio” fino alla grande Cengia

Poca neve ma tanto freddo… Poca neve ma quello si sapeva, nei nostri calcoli ci siamo partati acqua per un giorno e mezzo immaginando di trovare neve sulla cima (non raggiunta). Il freddo si era previsto ma oltre a quello ci si è messo un bel vento gelido che la prima notte ci schiaffeggiava nel nostro “giaciglio” seduti in aperta parete

Dove avete organizzato i bivacchi e cosa avevate con voi (chili e materiale?) La prima notte l’abbiamo passata seduti su un terribile terrazzino nel bel mezzo dei primi tiri del Diedro, l’idea originale era di dormire all’”Hotel Massarotto”, una comoda grotta a pochi minuti dall’attacco, ma dopo aver affrontato lo zoccolo in tempi piuttosto brevi ed avere a disposizione ancora 4 ore di luce e una parete completamente al sole ci siam detti: perché non saliamo al settimo tiro (dove sapevamo dell’esistenza di una comoda cengia per bivaccare)? … ovviamente il buio ci ha colti prima! Oltre a 7 kg d’acqua e il materiale per affrontare la via avevamo con noi: 2 sacchi a pelo, un piumino pesante, 6 buste di cibo liofilizzato più barrette energetiche, un paio di scarponi, un paio di ramponi e uno di ramponcini, una piccozza e due zaini uno da 30 e l’altro da 50 litri 

Come sono le condizioni di chiodatura? c’è qualcosa almeno alle soste?Diciamo che per essere una via in Pale di San Lucano è una via ben chiodata, ma questo non vuol dire che lo sia per gli standard dolomitici! Alle soste c’è quasi sempre un chiodo e lungo i tiri solo su quelli più difficili e comunque non sufficienti per affrontare la via in completa arrampicata artificiale. La cosa strana è che quasi tutti i chiodi erano da ribattere col martello perché il gelo di questi mesi li ha fatti fuoriuscire dalle fessure. Scrivo “quasi tutti” perché quelli originali di Casarotto sono invece ben saldi e non si muovono di un millimetro…

Possibilità di comunicare col pianeta terra? Il telefono, com’è risaputo, in San Lucano è un oggetto completamente inutile e quindi si torna ai vecchi metodi: “se non senti niente fino a domenica sera non preoccuparti tesoro”.L’insegnamento importante che mi porto a casa da questa avventura è che le Pale di San Lucano d’inverno sono un ambiente fantastico ma anche terribilmente severo, che le notti sono gelide ed interminabili e una scelta sbagliata può significare il compromettere l’intera impresa, ma ho anche capito che avventure del genere non capitano tutti i giorni, ed il poterle condividere con il proprio papà mi fa sentire davvero fortunato!

Da dove e perchè siete scesi? L’avventura si è conclusa purtroppo all’inizio del diedro, i tiri chiave ci hanno provato e soprattutto per mio padre, a cui è toccato lo zaino pesante sui tiri strapiombanti, le energie cominciavano a mancare per affrontare i non facili tiri lungo il diedro. L’avventura comunque non è finita qua, perché da questo punto alla macchina ci è voluto comunque un altro bivacco lungo l’eterna discesa dallo zoccolo

Eppure si sa che dallo Spiz la ritirata è peggio del continuare... La ritirata lungo la via è molto difficile ma non impossibile, bisogna armarsi di pazienza e rinviare le corde lungo i tiri strapiombanti anche in discesa, ma soprattutto tenere presente che una volta finite le doppie la discesa è tutt’altro che finita anzi! La discesa a ritroso del lungo zoccolo è un’esperienza che non auguro nemmeno al mio peggior nemico!


The Pale di San Lucano are there, the Spiz of Lagunaz is also there. All in sight. There is no Nepalese trek to get to the trail’s attack. Yet it is an adventure out of time, even if you go there in the summer. The phones do not take, the retreat is almost worse than trying to get out, any help, even managing to call them, would be way hard. How to go there in winter, real bulls stuff

It is not even usual that the roped is familiar in a transverse sense: father and son, as well as bulls’ stuff is rare stuff. Christian (the son) and Valentino (the father) Sega, left in mid-January to try the winter at Spiz de Lagunaz, which seems there, but it is a place that is behind another rock that the perspective crushes the eye of those arriving from the valley road. So much to force you to do two ways: one to get to the wall and then the actual wall. And downhill replay on the contrary, actually moviola, because in summer we talk about six hours to be enjoyed with all the weariness of the route. In short, there is no traffic to the blades of San Lucano and even less on the Spiz of Lagunaz, where waiting for the Sega was the myth of Casarotto, the strongest solitary alpinist of all time (opinion of the editorial staff and not only) . The Casarotto-Radin is one of the few routes that Renato opened on our mountains (few compared to the rest of his monstrous career) and is of great level (VI + and A1) as well as of great development.

In the end the Sega team did not make it, but in these times of discussions about the positioning of the third spit of the sport routes, of bomb-proof stops in the mountains, of all-inclusive approaches transported by telecabine with frigobar … is an extremely romantic and motivating story for all those who believe that adventure is still possible without going to the end of the world. 

The first question is the most obvious: you had already traveled Casarotto- Radin earlier, right? No, never done before. 

 Ah, ok. But how old and out of time is hunting in San Lucano in the winter? </ Strong> Pale di San Lucano: a name that already alone is evocative of great names of alpinism and great efforts, this “small” and unknown group mountainous, squeezed between the large mass of more noble mountain groups such as Civetta, Pale di San Martino and Agner, contains within it a series of secret features to many. Indeed it is out of fashion: this is how I would define these walls from the approach that already alone has the difference in height of a thousand meters and more, so that to plan an exit on these walls need more days available and an impeccable logistics … Just these these are the characteristics we like about an adventure, so why not? We try an attack on the dihedral Casarotto-Radin in winter, the ingredients are all there: three days of cold but stable weather, little snow on the mountains and a companion with whom I have already shared ten years of mountaineering, my father Valentino Sega!

Why do all this effort to not even do the “first” winter? Let’s take a step back … I was bewitched by these mountains for the first time in 2013 when with Tito Arosio we made the first repetition to the then newborn “Via della Collaborazione”, I returned a few years later to make one of the rare repetitions on the day of the “Way to the Last Tsar” to the Titan Pillar. After two routes so demanding and renowned, I realized that the symbolic way of these mountains was missing: the dihedral Casarotto-Radin! I said to myself: I wonder what adventure to get into these Borals in winter, why not try it this season? Then the dream was closed in a drawer a few years, the work commitments and the Guide course have kept me away from such adventures.

How did you manage the logistics? This year the opportunity presents itself: my father asks me to do a winter together! Immediately I propose him the Grand Diedro and he accepts without thinking twice, now we have to think about the logistics. The lack of snow of this thin winter on one side helps climbing, but on the other it forces you to put on your back pounds and kilos of water to drink and cook something in the evening. Immediately we think to divide the street in 3 days, with the ascent of the hoof the first day, the way up to after the big dihedral on the second day and the third day the last shots and the descent. The hoof, which is already normally a tremendous effort, this year is in dire condition to say the least. As we enter the San Lucano Valley we realize that the tremendous wind at the end of October 2018 has arrived here too, and, as if this were not enough, the fire of the October 24th fire has completely burned the central area of ​​the base of the third blade, so much so that it seemed to be in a post-apocalyptic film to rise from that vertical forest. Result: the classic approach to the third Pala no longer exists and you have to make do with detours and get around the area most affected trying to climb “to the least worst” to the great ledge.

Little snow but very cold …

Little snow but that was known, in our calculations we started water for a day and a half imagining to find snow on the top (not reached). The cold was expected but in addition to that you put a nice icy wind that the first night we slapped in our “bed” sitting in the open wall

Where did you organize the bivouacs and what did you have with you (kilos and material?)

 The first night we spent sitting on a terrible terrace in the middle of the first shots of Diedro, the original idea was to sleep at the “Hotel Massarotto”, a comfortable cave just minutes from the attack, but after facing the clog in quite short times and have available 4 hours of light and a wall completely in the sun we said: why do not we go up to the seventh pitch (where we knew of the existence of a comfortable ledge for bivouac)? … obviously the darkness has caught us before! In addition to 7 kg of water and the material to deal with the way we had with us: 2 sleeping bags, a heavy duvet, 6 bags of freeze-dried food plus energy bars, a pair of boots, a pair of crampons and one of crampons, an ice ax and two backpacks one from 30 and the other from 50 liters

How are the nailing conditions? is there something at least at the stops?

Let’s say that to be a way in Pale di San Lucano is a well-bolted road, but this does not mean that it is for the Dolomites standards! At the stops there is almost always a nail and along the shots only on those more difficult and still not enough to face the road in complete artificial climbing. The strange thing is that almost all the nails were to be rebutted with the hammer because the frost of these months made them come out of the cracks. I write “almost all” because the original Casarotto ones are instead firm and do not move a millimeter …

Possibility to communicate with the planet earth? The phone, as is well known, in San Lucano is a completely useless object and then you go back to the old methods: “if you do not feel anything until Sunday night do not worry darling”. I take home from this adventure is that the Pale di San Lucano in winter is a fantastic environment but also terribly severe, that the nights are freezing and interminable and a wrong choice can mean compromising the whole enterprise, but I also understood that such adventures do not happen every day, and being able to share them with your dad makes me feel really lucky!

Where and why did you get off? The adventure ended unfortunately at the beginning of the corner, the key shots have tried and especially for my father, who has touched the heavy backpack on the overhanging shots, the energy began to fail to deal with the not easy shots along the dihedral . The adventure, however, is not over here, because from this point to the car it took anyway another bivouac along the eternal descent from the hoof

Yet it is known that the withdrawal from Spiz is worse than continuing. The retreat along the way is very difficult but not impossible, you have to arm yourself with patience and postpone the ropes along the overhanging shots even downhill, but especially keep in mind that once the doubles are over the descent is far from over! The downward descent of the long hoof is an experience that I do not even wish my worst enemy!

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Lunga intervista a Iker Pou dopo “Artaburu”! https://pareti.it/lunga-intervista-a-iker-pou-dopo-artaburu/ https://pareti.it/lunga-intervista-a-iker-pou-dopo-artaburu/#respond Thu, 27 Dec 2018 06:00:41 +0000 https://pareti.it/?p=2658 Il campione basco si confida sulla via sulla via e sulla carriera, intervista a cura di AGD. Testo in italiano, espanol, english Iker Pou è un mostro sacro della scalata mondiale. A 41 anni ha toccato con “Artaburu”, tetto pieno in quel di Margalef, il punto (finora) più alto della sua già sfavillante carriera sportiva: […]]]>

Il campione basco si confida sulla via sulla via e sulla carriera, intervista a cura di AGD. Testo in italiano, espanol, english

Iker Pou è un mostro sacro della scalata mondiale. A 41 anni ha toccato con “Artaburu”, tetto pieno in quel di Margalef, il punto (finora) più alto della sua già sfavillante carriera sportiva: seconda ripetizione di “Action Directe” (e prima di un non local), seconda salita di “Demencia senil” e così via, con una eccellenza assoluta sulle vie, appunto, a dita stese. Passando però per tutt’altro: dall’alpinismo alla multipitch al deep water, ma sempre estremi. Con e senza il fratello Eneko. Il campione di Vitoria, paesi baschi, è ancora più campione adesso con Artaburu, al proposito della quele ci ha risposto con la consueta affabilità di top climber alla mano e sempre disponibile.

Cosa significa Artaburu?

Significa testa dura, una Cabezota,, una persona bruta, uno che non pensa molto

Chi l’ha attrezzata e quando?

La via l’ho attrezzata io nel novembre del 2012 dopo aver concatenato Nit de Bruixes. Mi piace molto  trovarmi da solo i miei progetti e salire a scoprire per conto mio tutti i movimenti. Credo che sia una parte importante dell’arrampicata il cercare e attrezzare le tue vie e non andare sempre a dietro a quello che chiodano le altre persone. In questo modo, chiaramente, perdi un sacco di tempo e giorni di allenamento, però è molto più gratificante.

Approssimativamente quanti giri ci hai fatto e in quanti anni? Come è stato alternarla con tutte le vie e le imprese alpinistiche in giro per il mondo?

I tentativi sono stati tantissimi è proprio non saprei dirti esattamente quanti. Quel che è certo è che sono stati abbastanza equamente divisi durante questi ultimi 6 anni. All’inizio non riuscivo a fare neanche 3 rinvii di seguito e mi è costato parecchio trovare la sequenza corretta di piedi e di mani. Poi, una volta che ho ha avuto chiari tutti i movimenti, non rimaneva che mettersi abbastanza in forma per poterli fare tutti agevolmente e poi con catenarli l’uno dopo l’altro. La verità è che non è stato facile mettere insieme Artaburu con tutte le spedizioni e i viaggi; mi è successo più di una volta che, proprio mentre stavo facendo i migliori tentativi, ho dovuto abbandonare per una spedizione, per un viaggio, o per lavoro e poi tornare in un altro momento. Comunque sono andato a provarla solo quando più o meno mi sentivo più in forma; però è sempre difficile tornare a motivarti e metterti in forma dopo le spedizioni. Normalmente torni che sei a terra e senza forza e hai bisogno di alcuni mesi per tornare a scalare bene in arrampicata sportiva. E poi per me era difficile andare a provarla perché Margalef si trova a 5 ore di macchina dai Paesi Baschi e non sempre potevo andare a tentare quando ne avevo voglia.

Si possono contare quanti mono e biditi ci sono?

Sì tantissimi! Circa 16 biditi e 7 monoditi

A guardare le foto i buchi sembrano tutti uguali e non ho visto segni col magnesio…

Tutti i buchi della via sono a dita distese non c’è nessun presa da arcuare! E i segni con la magnesite non mi piacciono molto e quindi cerco di segnarne il meno possibile. Tuttavia, nella parte alta, c’è un movimento che conviene segnare: si tratta di un monodito quasi invisibile

Cè un movimento particolare che ti ha messo in difficoltà?

C’è un movimento circa a metà , da un bidito a un buon monodito che ogni volta mi costava parecchio, e poi un altro alla fine del tetto, che quando ci arrivavo in continuità mi faceva cadere un sacco di volte. In generale, quasi tutti i passaggi sono difficili, e unirli tutti in fila è un grosso problema di resistenza alla forza..

C’è un allenamento specifico che hai fatto per riuscire a sulla via?

Non ho fatto nessun allenamento specifico però, effettivamente ho messo molti biditi e monoditi sul trave di casa mia, per aumentare la forza a dita distese. quello che ho fatto di un po’ diverso quest’anno  è di cambiare un po ‘di routine quando si tratta di andare indoor e di inserire nuove cose che mi motivano ad allenarmi, come il Moon board. Molte volte, quando sono tornato dall’arrampicata, sono andato con i miei amici a fare Moon e questo è stato grandioso, sono diventato più forte rispetto agli anni precedenti. La verità è che non sono abituato all’allenamento indoor, ma quando comincio a farlo, noto che divento più forte più velocemente che scalando solo su roccia. La chiave credo sia stata quella di cambiare un po ‘di stimoli e fare un po’ più di quello a cui ero abituato.

Così specifica com’è, credi che possa, come grado, assomigliare a “Silence” il 9c di Ondra?

E’ vero che è piuttosto specifica e che ti deve piacere molto la scalata su buchi ed essere molto abituato a lavorare a dista stese; però non credo che possa essere dura quanto Silence, quella dev’essere davvero durissima. 

Le ultime che hai aperto e liberato non hanno ripetizioni; non pensi di essere di un altro pianeta su questo tipo di scalata?

Jejeje No, si tratta di essere di un altro mondo, ma certo è che mi trovo molto bene sui buchi. Quanto più sono piccoli e più da tenere a dita stese e tanto meglio! Ho semprte avuto un sacco di forza a dita stese senza allenarla in modo particolare, è il mio punto di forza. Il mio punto debole sono le pinze piccole e grandi, quelle mi ammazzano.

Dai un grado di possibilità di lesionarti le dita su questa via…

Dipende da quanto sono resistenti le dita che hai… Diciamo da zero a dieci… 6+….

Che scarpette hai usato?

Non c’è storia, senza dubbio le Solution, la miglior scarpetta per scalare sui buchi. Come dice il nome stesso, la soluzione per risolvere tutti i tuoi problemi, nonché un alibi per cadere per colpa delle scarpe, la scarpetta che fa la differenza a Margalef sono le Solution.

In altri sport è impensabile toccare il proprio massimo livello a 41 anni…

Fisico a parte, influenzano molto l’esperienza e la testa; a mio modo di vedere in scalata la testa è il 50% e davvero risulta essere il muscolo più importante del corpo. Comunque raggiungere la mia via più dura a 41q anni mi dà da pensare. Sono convinto che se avessi dedicato tutta la mia vita solo all’arrampicata sportiva e ad allenarmi per essa avrei potuto arrivare in catena a cose più dure. Però mi piacciono toppo tute le altre facce di questa attività verticale, la montagna, e dedicarmi alla sola sportiva mi sembra propio impossibile. Ti perdi troppe cose belle della vita se la passi ai piedi di un settore o in una sala indoor. Ma i gusti sono gusti e ognuno deve fare quello che più gli piace. Io certo non mi pento di tutte le spedizioni fatte, dei viaggi, sono state per me le maggiori occasioni di arricchimento personale ed è quello che mi soddisfa di più, attualmente. 

Come vedi il tuo futuro con e senza tuo fratello? Più montagna? Altro?

Ogni volta di più mi immagino impegnato in montagna con mio fratello e gli altri amici; non smetterò certo di fare sportiva, perché davvero mi piace, ma adesso sono più focalizzato sull’avventura e sull’esplorazione.

                        Espanol

Que significa artaburu?

Significa cabeza dura, Cabezota, una persona bruta que no piensa mucho.

Quien fue el equipador y cuando?

La vía la equipe yo, en noviembre del 2012, después de haber encadenado Nit de Bruixes.

 Me gusta mucho equiparme mis propios proyectos e ir descubriendo por mí mismo todos los movimientos. Creo que es una parte importante de la escalada el buscarte y equiparte tus propias vías y no ir siempre detrás de lo que equipan otras personas. Está claro que pierdes mucho tiempo y días de entrenamiento, pero a la vez es mucho más gratificante.

Aproximadamente cuántos intentos a lo largo de cuantos anos? Como fue alternarla con todas las rutas y las empresas en el mundo?

Intentos han sido muchísimos, la verdad que no ser decir exactamente cuántos. La cosa es que fueron también bastante repartidos durante 6 años. Al principio no era capaz de hacer más de tres chapas seguidas, y me costó bastante sacar la secuencia correcta de pies y manos. Una vez que tenía claro todos los movimientos, solo quedaba ponerse suficientemente en forma para poder hacer todos los movimientos con soltura y luego poder enlazar uno detrás del otro.

La verdad que no fue fácil compaginar la vía “Artaburu” con todas las expediciones y viajes. Más de una vez me paso, que cuando mejor iba en la vía, tenía que abandonar por alguna expedición, viaje o trabajo, y volver en otro momento. Solo fui a probar la vía cuando más o menos me veía más en forma. Pero siempre es duro volver a motivarte para volver a ponerte en forma después de las expediciones. Normalmente vuelves hecho polvo y bajo de forma, y necesitas unos cuantos meses para volver a verte bien haciendo deportiva. También se me ha hecho difícil el probarla porque Margalef está a 5 horas de coche y no siempre que me apetecía podía ir a probarla.

Puedes contar cuantos mono y bidedos hay?

Jejeje muchos!!! Unos 16 bidedos y unos 7 monodedos.

Parecen todos los mismos per no he visto marcadas col magnesio…

Todos los agarres de la vía son en extensión, no hay ningún arqueo! Y las marcas de magnesio no me gustan mucho, así que intento marcar las vías lo menos posible. Aunque en la parte de arriba hay un movimiento que conviene marcar el monodedo para acertar mejor.Hay un cruce particular que te  puso en dificultad ?

Hay un movimiento en la mitad, de un bidedo a un buen monodedo que me costaba mucho, y otro al final del techo, que viniendo encadenando me hacía caer muchas veces. En general casi todos los pasos son duros, y unirlos todos seguidos, es un gran problema de fuerza- resistencia.

Hay un entrenamiento especifico que hacer?

No hice ningún entrenamiento específico, pero sí que me puse muchos bidedos y algún monodedo en mi tablón de casa, para fortalecer la extensión. Lo que sí que hice este año es cambiar un poco de rutina a la hora de ir a hacer indoor y meter cosas nuevas que me motivaran para entrenar, como el Moon board. Muchos días, al volver de escalar en roca, me iba al tablón con los amigos a hacer Moon y esto me vino genial, me puse más fuerte que en los años anteriores. La verdad que no estoy muy acostumbrado a entrenar indoor, pero cuando me pongo a hacer, noto que me pongo fuerte más rápido que si escalo solo en roca. La clave creo que ha sido cambiar un poco de estímulos y hacer un poco más de indoor de lo que estaba acostumbrado.

Tan especifica como es crees que puede ser algo similar a Silence?

La verdad es que es bastante específica y te tiene que justar mucho la escalada sobre agujeros y estar acostumbrado a la extensión. Pero nada tan duro como Silence, esa vía tiene que ser durísima.

Las ultimas que tu has liberado non tienen repeticciones, no piensas de ser de un altro mundo en el estilo  dedos abiertos?

Jejeje No hay que ser de otro mundo, pero si es verdad que se me dan bien los agujeros.¡ Cuanto más pequeños y más extensión, para mi mejor! Siempre he tenido mucha fuerza en extensión sin realmente entrenarla, es mi punto fuerte. Mi punto débil, serían las pinzas romas y grandes, se me dan fatal.

El riesgo de lesion de esta ruta desde cero hasta diez…

Depende de lo resistentes que sean tus dedos!.Yo diría que sobre el 6 o así! jejjeje

Que pie de gato especifico usaste?

Solution, sin lugar a dudas es el mejor gato para escalar en agujeros! Como bien dice el nombre, una “Solución” para todos tus problemas ¡No hay excusa de que te caes por culpa de los gatos! El mejor gato con mucha diferencia para escalar en Margalef es el Solution.

En otros deportes no hay lugar de tocar el máximo a 41 años. ¿Que hay diferente en la deportiva?

Aparte del físico influye mucho la experiencia y la cabeza. Para mí parecer, la cabeza es más del 50% y bien podría ser el musculo más importante del cuerpo.

El conseguir mi vía más dura a los 41 años me da mucho que pensar. Estoy convencido de que si habría dedicado toda mi vida solo a la escalada deportiva y entrenar, habría podido escalar cosas más duras. Pero me gustan demasiado muchas otras facetas de la montaña y dedicarme solamente a la deportiva se me hace imposible. Pienso, que te pierdes demasiadas cosas bonitas si toda tu vida te la pasas a pie de sector o en el rocódromo. Pero para gustos los colores! Cada uno tiene que hacer lo que más le gusta. Yo no me arrepiento en absoluto de todos los viajes y expediciones hechas, han sido muy enriquecedoras a nivel personal, es lo que más me llena hoy en día.

Como ves tu futuro con y sin tu hermano deportivamente? Mas montana? Otro?

Cada vez me veo haciendo más montaña y alpinismo con mi hermano y amigos. Siempre haré deportiva porque realmente me encanta, pero más enfocado a la aventura y la exploración.

English

 What does Artaburu mean? 

It means tough head, a Cabezota , a brute person, one who does not think much 

Who bolted it and when? 

I did it in November 2012 after having linked Nit de Bruixes. I really like finding my own projects and going on to discover all the movements on my own. I think it’s an important part of climbing to look for and equip your routes and not always go behind what other people are bolting. In this way, of course, you lose a lot of time and training days, but it’s much more rewarding. 

Approximately how many laps you have done in how many years? How was it to be alternated with all the climbing routes and travels around the world? 

There have been many attempts and I really can not tell you exactly how many. What is certain is that they have been fairly evenly divided over the past 6 years. At the beginning I could not even do 3 moves in a row and it cost me a lot to find the correct sequence of feet and hands. Then, once I had clear all the movements, there was nothing left but to get fit enough to do them all easily and then link them one after the other. The truth is that it was not easy to put Artaburu together with all the expeditions and journeys; it happened to me more than once that, just as I was making the best attempts, I had to leave for an expedition, for a trip, or for work and then come back at another time. However, I went to try it only when I felt more fit; however it is always difficult to come back to motivate and get in shape after the expeditions. Normally you come back cooked and without strength and you need a few months to get back to climbing well in sport climbing. And then it was hard for me to try it because Margalef is 5 hours drive from the Basque Country and I could not always go to try when I wanted to. 

Can you count how many mono and two fingers are there? 

Yes, lots of them! Approximately 16 two fingers and 7 monos 

To look at the photos the holes all look the same and I have not seen signs with magnesium

All the holds in the route are spread out with no arched grip! And I don’t like thick marks very much and so I try to mark it as little as possible. However, at the top, there is a movement that should mark: it is an almost invisible mono.

Is there a particular movement that put you in trouble? 

There is a movement about halfway, from a two finger to a good mono that cost me a lot each time, and then another one at the end of the roof, which made me fall a lot of times when I got there. In general, almost all the moves are difficult, and joining them all in a row is a big problem of resistance to strength. 

Is there a specific training you did to succeed on the route? 

I did not do any specific training, however, I actually put many two fingers and monos on the board of my house, to increase the strength of the extended fingers. What I did a little different this year is to change a little routine when it comes to going indoors and to insert new things that motivate me to train, like the Moon board. Many times, when I came back from climbing, I went with my friends to do Moon and this was great, I became stronger than in previous years. The truth is that I’m not used to indoor training, but when I start doing it, I notice that I get stronger faster than climbing only on rock. The key I think was to change a bit ‘of stimulus and do a little more than I was used to.

As specific as it is, do you think it could, like a grade, look like “Silence” 9d by Ondra? 

It is true that it is quite specific and that you should really like climbing up the holes and being very used to working a stretched out way; but I do not think it can be as hard as Silence, that must be really tough. 

The last routes you have opened and sent have no repetitions; do not you think you’re from another planet on this kind of climbing? 

Jejeje No, it’s not about being from another world, but of course it’s that I feel very good about holes. The more they are small and more to be kept with the fingers extended and the better! I have always had a lot of strength with extended fingers without training it in a particular way, it is my strong point. My weakness is small and big pinches, those kill me. 

Give a chance to hurt your fingers on this route… 

 It depends on how strong your fingers are … Let’s say from zero to ten … 6 + …. 

Which shoes did you use? 

There is no history, no doubt: the Solution, the best shoe to climb on holes. As the name itself, the solution to solve all your problems, as well as a no alibi for falling for the shoes, the shoe that makes the difference to Margalef are the Solution. 

In other sports it is unthinkable to touch your highest level at age 41…

Physical apart, they greatly influence the experience and the mental; in my opinion, the mental is climbing 50% and actually turns out to be the most important muscle in the body. However, reaching my hardest route at 41 years makes me think. I am convinced that if I had devoted my whole life to sport climbing alone and to training for it, I would have been able to get to harder routes. But I like all the other faces of this vertical activity, the mountain, and devoting myself to sportclimbing alone seems to me impossible. You miss too many good things in life if you pass it at the bottom of a sector or in an indoor hall. But everyone has to do what they like best. I certainly do not regret all the expeditions made, the trips, that have been for me the most important opportunities for personal enrichment and that is what satisfies me most, at present.

How do you see your future with and without your brother? More mountain? Other? 

Every time I imagine myself busy in the mountains with my brother and other friends; I will not stop doing sportclimbing, because I really like it, but now I’m more focused on adventure and exploration.

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Cosa ascoltano i climbers? Intervista a Marco Pandi di Climbing Radio https://pareti.it/cosa-ascoltano-i-climbers-intervista-a-marco-pandi-di-climbing-radio/ https://pareti.it/cosa-ascoltano-i-climbers-intervista-a-marco-pandi-di-climbing-radio/#respond Thu, 13 Dec 2018 11:43:41 +0000 https://pareti.it/?p=2483 Dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei?  Dimmi cosa ascolti e ti dirò quanto ti tieni? Non è proprio così, ma si sappia che Alberto Gnerro, il più forte fisicamente di tutta la prima generazione dei climbers italiani, ha vissuto e vive di Springsteen e magnesite. A proposito di paralleli tra energia ascoltata ed […]]]>

Dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei?  Dimmi cosa ascolti e ti dirò quanto ti tieni? Non è proprio così, ma si sappia che Alberto Gnerro, il più forte fisicamente di tutta la prima generazione dei climbers italiani, ha vissuto e vive di Springsteen e magnesite.

A proposito di paralleli tra energia ascoltata ed energia erogata…

1000 e passa persone accalcate nella speranza di assistere a un dj set di quello che oggi ci sembra un menoumano, lontanissimo dal phisique du role di un climber in gran salute, hanno prodotto, dopo il massacro di Corinaldo,  un risveglio collettivo a proposito dei modelli sognati e seguiti dai nostri giovani e giovanissimi. Anche da quelli che scalano.

La storia della musica moderna è zeppa di artisti dai testi e comportamenti (auto) distruttivi: dalle tre J (Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison) agli inglesi depressi dalla loro meteo fino al nostro Vasco Rossi, che, quando andava al massimo, gonfiava le vele non proprio col sudore muscolare.

C’entrano qualcosa musica e magnesite? La nuova generazione di climbers ascolta i vecchi classici oppure dondola lemme al ritmo della trap? Abbiamo provato a capirci qualcosa con Marco Pandi, fondatore e anima di Climbing Radio, che si propone, appunto, di mettere sul piatto qualcosa di adatto al nostro popolo verticale.

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