Patagonia Free Wall Kit

La recensione degli Houdini Jacket & pants

Parlare dei capi di abbigliamento non è mai facile; è come se la prima impressione possa essere meno affidabile rispetto a quanto di possa intuire subito di un friend o di un’imbracatura o di uno zaino. E’ come parlare ed esprimere giudizi su qualcosa di vivo, perché i capi di abbigliamento sembrano vivi quanto di ci muovi dentro e possono lasciarti impressioni completamente diverse a seconda dell’attività che svolgi indossandoli. E in più ci sono il fattore tempo, i lavaggi, l’usura ordinaria e quella straordinaria causata dagli urti e dai materiali con cui si viene a contatto quando ci si muove in una natura spesso ostile.
Per questo la prova ha richiesto più tempo e più uscite in situazioni diverse, dalla roccia, che è la destinazione d’uso dichiarata di un “free wall kit”, alla neve, agli avvicinamenti e le discese impegnative, una volta pure con il maltempo.
Intanto parliamo della fattura, cioè del design e delle scelte tecniche che Patagonia ha deciso di operare prima di tutto sulla giacca, sul capo superiore. Dove tutto è pensato per un utilizzo mutuato con l’imbragatura, perché l’imbragatura in parete non la levi mai, neanche quando dormi. Ecco il perché della cerniera frontale, che normalmente aprirebbe una felpa in due, e che invece in questo caso si ferma opportunamente sopra la cintura dell’imbrago, perché la giacca sta sotto la cintura, a tenere caldo.
A questo proposito, la logica obiezione di un climber dedicato viene subito rispedita la mittente, perché no, questo “ serraggio” della giacca sotto all’imbrago non limita i movimenti dell’arrampicatore, grazie alla forma della giacca e alla non trascurabile elasticità del capo in generale e delle maniche in particolare.
Maniche che sono decisamente attillate per impedire a rocce, rami e quant’altro di impigliarsi durante l’azione anche grazie alla forma dei polsini, che atterrano, stretti il giusto, sul braccio nel punto ideale.
Due tasche omologhe frontali consentono di riporre la relazione, gli occhiali, e pure due guanti leggeri o il telefono. E poi c’è il cappuccio, opportunamente piccolo, che, a cerniera completamente chiusa, non lascia spazio al vento di infilarsi e può accogliere il casco senza la sgradevole sensazione di sentire sopra la testa qualcosa di male assestato, come spesso accade invece con le giacche da pioggia. Diciamo che a cerniera tutta chiusa e cappuccio infilato si ha un corretto effetto “passamontagna”, gradevole quando in parete le condizioni meteo non sono ottimali. I climbers occhialuti lamenteranno la mancanza di una piccola visiera che però sarebbe incompatibile con il casco…

Il comportamento in caso di pioggia leggera è sorprendente, quasi annullando la giacca qualsiasi sensazione di bagnato sulla pelle; ovviamente i miracoli non accadono in caso di pioggia forte, ma abbiamo sperimentato con piacere la velocità con cui il capo asciuga anche quando indossato. Non l’abbiamo sottoposto a molti lavaggi, al massimo due; le caratteristiche di vestibilità del primo giorno non sono cambiate e non sono comparsi segni di usura, come ci si aspetta da un capo di livello.
La traspirabilità è buona, e consente di portarlo anche quando sole e ombra si alternano; la cerniera aiuta a governare alti e bassi di temperatura e questo è un bene perché a causa della sua forma non è una giacca comodissima da mettere e togliere in continuazione.
Il design è gradevole anche al di fuori del contesto verticale, per cui si tratta di una giacca indossabile magari non allo stellato ma certamente in pizzeria e nella vita di tutti i giorni.

Il pantalone condivide il colore arancione della giacca, il che rende la combo poco adatta anche alla pizzeria, ma è invece perfetta per farsi individuare in parete in caso di soccorso, vantaggio che uno spera di non dovere sfruttare mai, che però può essere cruciale la singola volta in cui dovesse servire.
Se la giacca, durante la permanenza in parete, può essere un’opzione e non una necessità, contemplando quindi di alternarla a una t-shirt che ne è la base ideale, il pantalone è quello, è unico. Si indossa in automobile e si toglie nello stesso posto al ritorno. Vive con te durante l’avvicinamento, sulla parete e magari pure la sera in rifugio; quindi deve avere tutte le caratteristiche per una fruizione più globale e per questo motivo, in generale, è più soggetto a compromessi. I tecnici di Patagonia hanno fatto il possibile per sbilanciare le cose nel verso del climbing, anzi della big wall; ed è per questo che, a maggior ragione il pantalone rispetto alla giacca, va capito e pensato con l’imbrago indossato. Quindi una sola delle tre tasche, tutte con cerniera, quella posteriore, va in conflitto con la cintura dell’imbrago, funzionando come classico taschino necessario per la vita di tutti i giorni (ma la cerniera aggiunge la impossibilità di perdere alcunché per ribaltamento o sfregamento). Le altre due tasche frontali sono piazzate sotto al limite inferiore del cosciale di qualsiasi imbrago, compreso quelli spessi da lavoro, molto in voga tra i chiodatori.
Ma il colpo da maestro, secondo noi, è la finezza (e la funzionalità) della chiusura ventrale, tallone d’achille di tanti pantaloni disegnati per la scalata. In questo caso a una fascia leggermente elastica, morbida, piacevole al tatto e priva di pieghe che sarebbero fastidiose a contatto con la pelle, si associa un ulteriore sistema di serraggio costituito da una fettuccia passante larga solo un centimetro e molto robusta. E’ infilata in un sistema di regolazione in plastica dura e nera, un sistema piccolo e leggero, quasi invisibile se non badandoci. Da lì arriva subito un canale dentro cui riporre la fettuccia in eccesso, che scompare completamente di nuovo all’interno del pantalone. In questo modo si eliminano i lacci “volanti”che tanto spesso finiscono per creare degli impicci in parete, infilandosi dentro ai sistemi di assicurazione e creando facilmente delle situazioni anche molto pericolose.

Altrettanto fine e quasi invisibile è il sistema di regolazione del diametro del pantalone alle caviglie, questa volta realizzato tramite cordino elastico che va ad infilarsi dentro una microscopica seghettatura nel regolatore di plastica dura. Molto, molto smart. Conoscendo il comportamento nel lungo periodo dei cordini elastici vi consigliamo di utilizzare il serratore di plastica solo quando necessario e di rilasciarlo quando non vi serve più avere il pantalone stretto alla caviglia, in modo da prevenire l’usura del cordino, non rimpiazzabile.
Infine… la cosa più importante: la funzionalità del pantalone in parete, che per fortuna è un “va sans dire”: il taglio del cavallo e delle ginocchia è ottimale e se non bastasse interviene una elasticità marcata ma non esagerata dell’intero pantalone, che lascia liberi i movimenti senza far temere che una eccessiva passita nel tempo possa pregiudicarne la funzionalità.
Sotto la pioggia il pantalone va anche meglio della giacca. Anzi, pur non essendo impermeabile, ci va molto vicino; fa scorrere l’acqua quasi come un pantalone di goretex e deve davvero diluviare perché all’interno, sulla pelle, si finisca per avere poco di più di una sensazione di umidità, ma comunque mai di fradicio. Il capo, inoltre asciuga assai velocemente, specie in parete dove un po’ di vento tira sempre.