4-6 anni: la scalata per i più piccoli

Annalisa Caggiati spiega il successo dei suoi corsi “mignon”

Da decenni si discute di quale sia un’età sensata per cominciare a scalare e ancora oggi le opinioni non convergono più di tanto. Per i “native climbers”, cioè quelli nati e cresciuti da genitori climbers, la risposta ha senso quanto la domanda, cioè poco. Non c’è genitore climber che non abbia tentato di far toccare delle prese di roccia o di plastica sin dal primo giorno in cui il figlio ha smesso di gattonare e alcuni anche prima, facendolo passare (poveretto) a quattro zampe direttamente dal suolo al primo rilievo della sua vita. Ondra stesso, figlio di climbers, ha ammesso nell’intervista del numero scorso che si è reso conto solo a sette anni che nel mondo esisteva anche gente che non arrampica. 

Questo per far capire la normale naturalità del processo verticale che coinvolge normalmente i figli dei climbers “fissati”.

In Italia, fino a una quindicina di anni fa, i soli bambini davvero piccoli che scalavano erano i figli dei già climbers. Ora invece, con il proliferare delle sale dotate di zone attrezzate specificatamente per permettere la scalata ai bambini pure molto piccoli, la domanda e l’offerta di arrampicata riguardano anche i figli dei non climbers. 

L’offerta, logicamente, mira ad estendere la clientela il più possibile, allargando verso il basso la fascia dell’età di fruizione dei muri artificiali delle palestre. La domanda, cioè le famiglie, viene a contatto con uno sport prima inesistente e ora universalmente (e giustamente) pubblicizzato come uno dei più sani e completi tra quelli disponibili. A ciò va aggiunta una tendenza tutta nuova. Pediatri, fisiatri e fisioterapisti stanno finalmente guardando al di là del nuoto come sport ideale per i ragazzi: fissare per anni delle mattonelle sul fondo di una piscina adesso non viene ritenuto più così consigliabile, così come meno popolare sta diventando farsi pestare le ossa nel mezzo di un campo da rugby.

Insomma, la scalata tira. Tira così tanto che i gestori delle sale ricevono spesso telefonate surreali di genitori che hanno figli sorprendentemente scimmieschi, capaci di scalare frigoriferi, alberi e grondaie già alla tenera età di due anni. E che vorrebbero, anzi “dovrebbero” dare immediato seguito sportivo a questo incredibile talento. A due anni. E’ per questo che la legittima domanda “quando cominciare?” diventa ogni giorno sempre più legittima; e figuriamoci cosa succederà dopo l’esordio ufficiale alle Olimpiadi… In Italia sono poche le sale che organizzano corsi e attività per bambini prima dei 6 anni, più per mancanza di spazio che per mancanza di volontà: occorrono infatti aree adeguate per far muovere i bambini in modo sicuro e separato rispetto ai frequentatori adulti; per non parlare della rumorosità a volte incompatibile con la normale frequenza della sala.

Annalisa Caggiati sulla plastica del Pareti Sport Center, ph. Michele Caminati

A Parma, dove Pareti ha la sua costola sportiva nel Pareti Sport Center, ci sono spazi dedicati e adatti; e Annalisa Caggiati, che spesso vedete nelle foto della rivista, dirige un corso specialissimo, forse il più difficile e specializzato di tutti: il famigerato 4-6 anni, che in  pochi anni è diventato uno dei più frequentati, tanto da richiedere la compresenza di cinque istruttori per ogni ora di attività. Nato dieci anni fa, è stato il corso pioniere in Italia per questo genere di piccoli fans della verticale:

Quale pensi che sia il senso più profondo di fare sport a soli 4-6 anni?

La parola d’ordine, sembra scontata, è “divertimento”; mai forzatura. Per un bimbo di quell’età divertirsi praticando uno sport significa imparare a stare con i suoi coetanei, a rapportarsi con adulti diversi dai propri famigliari, imparare a seguire le regole e ad individuare le figure di riferimento su cui poter contare per sviluppare un sano stile di vita. Significa miglioramento della coordinazione e della lateralizzazione e soprattutto superare paure e difficoltà iniziali e quindi mettersi in gioco e crescere orgoglioso dei propri risultati ottenuti da solo.

Perché l’arrampicata e non qualsiasi altro sport?

Lo sport fa sempre bene, se approcciato e insegnato correttamente e nel rispetto del bimbo, della famiglia e, non da ultimi, degli istruttori.

L’arrampicata ha di buono l’essere uno sport “fisicamente” poco invasivo a livello di sviluppo muscolare, ben bilanciato (si lavora con tutto il corpo più o meno equamente), facile da spiegare. Come già detto aiuta la coordinazione, la lateralizzazione (io utilizzo dei braccialetti al polso destro) e la maturità psicologica nella gestione degli insuccessi. Arrampicare aiuta ad assumere una corretta consapevolezza di se stessi nello spazio e una migliore gestione degli equilibri e del proprio corpo. Ho visto vari bambini arrivare con problemi di posture che quasi sono scomparse senza far altro che arrampicare.

E poi diciamolo, a quale bimbo non piacerebbe sentirsi per un attimo un supereroe che vola in verticale sui muri come SpiderMan? Per i genitori invece è uno sport ottimo perché poco “impegnativo”; niente partite e calendari da rispettare, solo gli orari del corso e week end liberi.

Per anni la Fasi, nella lunga era di Letizia Grasso, ha sostenuto che in quell’età bisogna fare solo propedeutica e non far toccare neanche una presa. 

Tu invece li fai scalare: perché questa differenza d’approccio?

Perché quello che vengono ad imparare è…scalare! I bambini non sono incapaci di intendere e volere. Possono assorbire come spugne molto meglio degli adulti, sono ancora in fase di imprinting educativo e motorio, quindi perché perdere questa finestra temporale ancora aperta? Per la mia esperienza la propedeutica la vedo più adatta agli adulti che si approcciano tardi ad uno sport. Non è da trascurare nemmeno il fatto che tra i 3 e i 6 anni hanno un tempo d’attenzione e di concentrazione su un esercizio “propedeutico” (io traduco in “noioso”) che va dai 20 ai 60 secondi. Questo fa crollare istantaneamente ogni approccio di questo tipo. Inoltre lo scivolo ideato per il corso dei più piccoli unisce perfettamente la propedeutica ludica alla scalata perché mentre salgono e scendono non fanno altro che ripetere movimenti che poi troveranno sulle vie in parete senza nemmeno rendersene conto e lo fanno toccando le prese che impareranno così a riconoscere. Si può (e per me è fondamentale) fare arrampicata e propedeutica all’arrampicata anche toccando le prese.

Boulder oppure vie oppure tutte e due?

Vie per il 95% del tempo di lavoro. Io propongo un boulder basico e semplificato: si parte da una presa grande e si deve arrivare ad un altro buon appiglio come si vuole, soprattutto lavorando in traverso e poco verso l’alto in modo da gestire le cadute sui materassi che non sono sempre coordinate. Sfrutto il boulder anche contando quanti secondi riescono a restare sospesi con due mani su una presa gigante facendoli contare tutti insieme per incoraggiare chi di turno appeso a non mollare e quindi sviluppare il senso dell’appartenenza ad un gruppo e il sostegno ai compagni, cosa che in arrampicata è difficile insegnare non essendo uno sport di squadra. 

La frase classica è: “mio figlio si arrampica dappertutto”: poi cosa succede in realtà?

Questa frase è sempre la mia preferita! Per il 99% delle casistiche, chi mi viene presentato come “scimmia vivente” ha una paura del diavolo. Le aspettative che i genitori hanno sui propri figli sono la più grande destabilizzazione per gli stessi che di solito arrivano confusi tra quello che provano e quello che il genitore si aspetta da lui/lei. Io sdrammatizzo sempre: “scommetto che hai già scalato almeno un mobile, un albero o uno scivolo! (n.b.di solito quest’ultimo riceve la risposta positiva); allora è sufficiente, sei già esperto, vedrai che ci divertiamo” E, per fortuna, il nostro scivolo-propedeutico è una manna dal cielo. Il bambino non deve volare sugli appigli, deve avere un po’ di paura. Quello che sarà formativo per lui sarà imparare a gestirla; si sentirà invincibile ogni volta che riuscirà a fare anche un piccolo passo in più. Quasi tutti i bambini, anche se sembrano essere portati immediatamente per l’arrampicata, passano un momento di paura e di regressione nel lavoro. Questo è legato alla consapevolezza di quello che stanno facendo e all’inevitabile sensazione di paura quando cambia qualcosa, anche solo una scivolata di un piede. 

Quali sono i tuoi principali strumenti per far vincere la paura?

Ci sarebbe da scrivere troppo. Ogni bimbo ha la sua storia, le sue paure, il suo carattere, il suo modo di esprimersi. Ogni bimbo ha bisogno della sua favola, una favola che gli presenti la realtà e che gli dia sicurezza o che lo faccia comunque sentire all’altezza. Mi piace definirmi “narratrice di favole”. C’è la bimba curiosa e amante degli animali che arriva al top per cercare il ragnetto nascosto che è mio ed è disobbediente e non torna mai a casa. Gli diamo un nome, improvvisamente la curiosità di vedere il mio ragno la fa arrivare in cima e divertita sgrida l’insetto e non lo trova. Ci sono i pulsanti colorati e, guarda caso, non mi ricordo mai che suono fanno, meno male che qualche coraggioso c’è sempre. Ci sono le calamite colorate che attaccano sul loro nome che loro stessi scrivono col gesso sulla lavagna (e intanto si insegna un po’ di scrittura). Possono attaccarle solo se fanno top e giocano come squadra contro di me; inutile dire che finiscono sempre le calamite ed io perdo.

C’è il gioco del pendolo vicino a terra che simula un’altalena e fa loro imparare la sensazione del vuoto.  L’importante è non imbrogliare, mai. Se chiedi loro di salire ancora per due movimenti per poi calarli, devono essere DUE movimenti; non sono stupidi, poi non si fideranno più di te. Mai porli di fronte a problemi troppo difficili, cadrebbe la loro autostima. 

Il mio punto di forza credo sia la sincerità. Sono persone, vanno trattati come tali. Devono sapere che è normale avere paura, che la abbiamo tutti e che non passa mai del tutto. Devono imparare che la possono riconoscere, capire da cosa nasce e affrontarla. Prego sempre i genitori di dare il tempo ai loro figli di adattarsi al lavoro e all’arrampicata; ognuno coi suoi tempi, la percentuale di bambini negli anni che non ha superato con me la paura è talmente bassa che la ritengo irrilevante. Insomma, bisogna avere una sensibilità superiore e quasi immediata, essere allegri, essere allo stesso tempo tata e istruttrice, seria e scherzosa. I problemi e lo stress giornaliero vanno lasciati lontani anni luce.

Qual è la principale motivazione di un bambino così piccolo per la scalata?

Quando arriva al corso non esiste, di solito lo sport viene proposto dal genitore oppure lo hanno visto o sentito da qualche parte ma non hanno una reale idea di cosa debbano fare. Poi la curiosità lo porta ad arrivare in palestra. L’ulteriore difficoltà sta quindi nel dare la motivazione a un bambino di quell’età. Io la sviluppo come già detto col gioco delle calamite. Sfidare e battere il proprio istruttore che non dà fiducia al fatto che il gruppo possa scalare tante vie ed arrivare sempre in cima è una soddisfazione pazzesca. Con i più piccini utilizzo invece una lavagna magnetica con tante calamite di varie forme. Loro creano sulla lavagna una storia attaccando ogni volta chi il leone, chi l’albero, chi il fiore.

Successivamente introduco la motivazione al diventare grandi e scalare vie più “difficili” che di solito significa solo più lunghe o con qualche volume in mezzo. Quando so che è il momento ed il bimbo che può fare il salto di livello arriva gli dico stupita che è cresciuto. Di solito soddisfatto ed orgoglioso me lo conferma e quindi ora potrà avanzare anche nella scalata con una sicurezza in più. Bisogna però essere delicati e non sbagliare problema da proporre, pena giocarsi la sicurezza e l’autostima che il piccolo aveva già metabolizzato.

E qual è la motivazione dei genitori?

Molte volte quella sbagliata. Spesso arrivano con grandi aspettative, convinti di avere per le mani un campione. Vogliono fare il filmato e dimostrare agli altri come è bravo e coraggioso. In parte è comprensibile, in parte è deleteria. Alcune volte mi è capitato di avere genitori che addirittura rimproverassero e umiliassero il bambino perché non riusciva come gli altri. Ho le mani in parte legate, non ho la libertà di esprimere il mio pensiero o non torneranno più e a me preme aiutare il bambino e tenerlo con me il più possibile per trasmettergli fiducia in se stesso. Ho genitori con del cervello che lo portano per aiutarlo a socializzare e a diventare sicuro di sé e chi li porta per migliorare un difetto di postura (spesso sotto consiglio del pediatra). Ci sono quelli che lo portano perché non ne possono più del calcio e gli vogliono far loro provare qualcosa di nuovo e originale (bravi!).

I genitori che influenza hanno positiva e negativa sui figli durante la scalata?

Ho genitori di ogni tipo e purtroppo e per fortuna rimangono sempre presenti al corso. Spesso sono di aiuto per eventuali fughe in bagno (vi stupirebbe sapere quante volte a un bimbo per l’emozione scappi la pipì o altro), spesso restano a chiacchierare fra loro. Questi sono quelli a cui mi affeziono. Quelli che invece provano a fare il mio mestiere e mettono in confusione il figlio, quelli che lo umiliano o lo opprimono, quelli che gliele danno tutte vinte e che ti guardano male se lo sgridi o gli dai qualche regola….ecco di quelli farei a meno volentieri e rimpiango le porte obbligatoriamente chiuse delle arti marziali (mondo che in parte mi appartiene) Quando hai un bambino problematico è semplice capirlo e cercare di migliorare il rapporto con lui: conosci i genitori e, se puoi, allontanali. Ci sono anche i bambini che sembrano bipolari a seconda che ci sia la madre o il padre e questo di solito lo comunico in modo che si possano organizzare. L’influenza positiva l’hanno solo nei primi due incontri se il bimbo è molto timido e ancora non ha completato il distacco dal genitore per un lungo periodo. Mi spiace ma non mi vengono in mente altre situazioni di positività, d’altronde ad ognuno il suo: a casa comandano (o dovrebbero comandare) i genitori, al corso di arrampicata ci sono io. Lavoro coi bambini da tempo nel mondo dello sport, posso sembrare dura e dolce allo stesso tempo, ma il legame che instauro con tutti i bambini che mi conoscono è speciale e loro sono speciali per me. Sono impegnativi, ma quando non ci sono mancano. Fidatevi e lasciatemi fare il mio lavoro genitori, vi svelo un segreto: sono madre anche io.

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