Riposare scalando, arte e tecnica

Michele Caminati Photography

Riposare scalando, arte e tecnica (da Pareti n°67, by AGD)

Quasi ignoto ai boulderisti veri, quelli da otto movimenti al massimo, il problema di riposare scalando è invece attuale per tutti gli altri arrampicatori, almeno dacchè esiste l’arrampicata libera (cioè da quando si è smesso di salire a tutti i costi tirando appigli e chiodi indifferentemente). L’arrampicata non si differenzia da tutti gli altri sport di resistenza lunga o corta, che presentano la necessità di abbassare la concentrazione di lattato in specifiche aree muscolari e contestualmente mantenere il ritmo della respirazione e dei battiti cardiaci entro limiti accettabili per non stramazzare o, nel nostro caso, appendersi miseramente alla corda. Unica differenza che balza im-mediatamente agli occhi è il fatto che i climbers, quando si riposano, stanno apparentemente fermi in un punto, mentre in realtà stanno continuando ad arrampicare sulla stessa coppia di prese senza avan-zare di un metro verso l’alto; come se corressero sul posto, insomma. Inoltre, non c’è nessuno che se si fermano li supera, nè un tempo che scade (salvo in gara): quindi i climbers sono nelle rare condizioni ideali in cui un riposo può durare tutto il tempo che serve a riprendere energie. Tralasciamo evidentemente il caso in cui si possono inca-strare spalle, ginocchia, gambe in modo da staccare le mani, cioè i riposi completi, sui quali non c’è moltissimo da dire: rimanete lì finchè non “tornate nuovi”  negli avambracci oppure finchè il vostro assicura-tore vi minacci di andarsene a fare cose più interessanti per lui.

Marmot

RIPOSARE DOVE.  Dedichiamoci invece al vero “riposar scalando”, ovvero reperire una coppia di prese, oppure una zona, all’interno di un tiro di corda, dove poter recuperare energie per affrontare le sezioni successive. Parliamo anche di intere “zone”, perchè quando si ha un buon livello di base di resistenza è frequente riuscire a riposarsi anche mentre si sta continuando a salire verso l’alto, semplicemente per il fatto che gli appigli sono più grandi, l’intensità dei singoli movimenti è molto infe-riore, e magari perchè l’inclinazione è più umana ed è possibile scari-care qualche chilo in più sui piedi. Ma questo non è il riposo classico che sta nella mente di tutti, perchè la cosiddetta “sghisata” è l’alterna-re a lungo arto destro e arto sinistro rimanendo più o meno fermi nello stesso punto della parete. Che a staccare alternativamente le due braccia ci si possa riprendere un po’ è una cosa che si impara già dai primi giorni di scalata e se nessuno te lo fa notare è normale arrivarci da soli, dopo un po’.  Ma riposarsi in maniera efficace, cioè riposarsi davvero, non è poi una cosa così scontata e facile da imparare. Innanzitutto bisogna battezzare un posto buono per farlo, e qui biso-gna metterci un po’ di buona lettura della parete e di intuito, almeno quando si scala a vista. E’ un fatto più che altro di sensazioni, cioè di sentire che in quel punto ci si può rimanere per un po’ e che soprattutto nei dintorni non c’è proprio un luogo migliore per fare la stessa cosa. Attenzione però a non confondere i possibili riposi con le uniche zan-che (prese enormi) che s possono trovare su una via. Primo perchè non sempre ci sono delle zanche su un’intera via, secondo perchè anche altri punti possono offrire un po’ di riposo anche se le prese che si tengono in mano non sono poi questo granchè. E’ anzi frequente arrivare in un punto dove non sembrerebbe di poter rimanere se non ghisandosi ancora di più, mentre invece, restando lì ed insistendo ad alternare le mani sugli appigli, pian piano il sistema inizia a riprendere energie e il cervello lucidità.  In ogni caso, sia che il punto di riposo sia ottimo e comodo ed evidente, sia che invece sia precario e più “men-tale” che reale, è molto importante cercare la fluidità e la regolarità di respiro. Finchè non riuscirete a riprendere un respiro un po’ regolare non potrete dire di aver sfruttato a fondo la chance offertavi da quel punto della parete. Respirare regolarmente è la condizione necessa-ria perchè il cuore possa abbassare il numero dei battiti e permettervi di continuare il vostro percorso in una situazione non tachicardica.

RIPOSARE QUANTO Altra cosa: valutate bene quanto tempo stare fermi a riposare in ogni punto. Infatti una zona di riposo “troppo” buona tende a trattenervi per molto tempo. Il fisico riprenderà molto bene, ma la testa potrebbe per-dere concentrazione, volontà d’azione e di lotta, che a volte servono di più della freschezza per stare attaccati a una via. Per converso, una zona di riposo “cattiva” ha sicuramente un timing: all’inizio vi sembrerà inutile, per poi diventare un riposo vero e proprio col passare dei secon-di; e per arrivare poi ad una terza fase, durate la quale, non decidendo-vi a ripartire più, finireste col ghisarvi il doppio. Imparare a dosare bene i riposi, imparare a rimanere il numero di minuti o di secondi ideale non è affatto facile e può sembrare scontato dire che s’impara col tempo, ma è così: solo “ascoltandosi” con attenzione si riuscirà a raggiungere quel feeling che vi fa fare le scelte giuste anche a proposito di quanto stare fermi a riposare in un punto. Ma veniamo alle posizioni del corpo, che ovviamente, varia com’è tutta l’arrampicata, non diventeranno cer-to univoche per quanto riguarda le posizioni e le tecniche di riposo.

RIPOSARE COME  Per quanto attiene alle tecniche, a parte il discorso incastri di cui abbiamo deciso di non parlare in questa sede, la più diffusa ed in-tuibile è quella di scrollare alternativamente verso il basso le mani, muovendole con forza per aiutare il ricircolo di sangue negli avam-bracci. Se è classica è perchè va bene, funziona e permette effet-tivamente di dare sollievo agli avambracci tetanizzati del climber. Ma c’è anche a cosiddetta tecnica G-Tox da prendere in conside-razione, cioè scrollare almeno per qualche secondo le mani tenen-dole in alto e non verso il basso. La radice logica di questo sarebbe stringente: alzando il braccio il sangue torna più facilmente verso il cuore e favorisce il ricambio. Almeno in teoria, perchè non ci sono riprove scientifiche ad accreditare il G-Tox come migliore rispetto alla scrollata classica. Altri climbers ancora, durante le fasi di riposo più comode, arrivano a fare una sorta di stretching per i flessori degli avambracci, retrovertendo i polsi, premendo le dita unite o addirittura  palmi contro alle cosce o addirittura contro alla roccia. Effettiva-mente, “disimpastare” le dita le una dalle altre è a volte altrettanto importante quanto far diminuire la concentrazione di lattato negli avambracci. Alla fine la soluzione preferibile sarà quella di combi-nare, quando la zona della parete e le prese per le mani lo permet-teranno, le varie  tecniche  descritte.

Ma non ci sono solo i “grossi riposi”, da considerare, quelli dove riesci a recuperare almeno parzialmente la regolarità del respiro e riesci a svuotare i cassetti degli avambracci per permettere a nuova ghisa di entrarci dentro. Ci sono anche i “piccoli riposi”, quelli dove sghisi anche solo un paio di volte oppure una sola, giusto il tempo di disimpastare un attimo una mano prima di prendere l’appiglio suc-cessivo. Questi piccoli riposi non sono affatto da sottovalutare nella loro importanza, anzi: a volte sono assolutamente necessari per la riuscita della via che si sta provando; ma non è detto che sia pos-sibile, ogni volta, abbassare la mano che si sta facendo sghisare; a volte infatti non ce n’è il tempo, perchè l’altra si aprirebbe come una vongola esausta nel bel mentre, oppure altre volte la posizione del corpo è talmente in equilibrio precario da non consentire uno spostamento di peso così importante come una scrollata di braccio (che da solo, ricordiamolo, pesa un bel po’ di chili). In questi casi un leggero G-Tox e via andare subito non è una scelta, bensì un obbligo, pena la caduta.

RIPOSARE LE GAMBE E CON LE GAMBE Una parola infine va detta anche a riguardo del ruolo delle gambe all’interno della dinamica di un riposo. Infatti, appunto, si parla quasi sempre di dinamica e quasi mai di posizioni perfettamente ferme. E’ normalissimo che la posizione degli appigli e degli appoggi di un riposo non sia per niente ideale e che non consenta affatto di mantenere i piedi appoggiati nella medesima posizione sia per fare riposare la mano destra che la sinistra. Tante volte, per riuscire a far riposare un avambraccio dopo aver fatto sghisare l’altro, occorre cambiare appoggio per un piede se non per tutti e due. Più saranno complessi e ampi questi spostamenti da effettuare con le gambe tanto meno il riposo potrà essere considerato “buono” e anzi tanto di più andrà considerato “a tempo” (cioè ci stai per un po’, poi devi scappare via per non ghisarti di più). Scegliere gli appoggi giusti volta per volta fa parte dell’arte del climber e della sua bravura in fase di lettura; ma è da mettere in conto che non sempre si trovano immediatamente i punti migliori dove posizionare i piedi per riposare e a volte, durante una fase di riposo prolungata, è normale fare degli “esperimenti” per trovare la combinazione di mani e piedi che per-mettere di rifiatare meglio. Fate attenzione però a quanta energia portano via questi esperimenti. A volte il detto che “chi lascia la stra-da vecchia per la nuova…” vale anche qui e c’è il rischio di ghisarsi definitivamente nel cercare la posizione ideale dei piedi.

Le gambe stesse, o meglio i polpacci e i muscoli del piede, possono poi, a loro volta, stancarsi di brutto, specie nelle vie verticali, appog-giate e in quelle in diedro.  Qui non ci sono molti altri trucchi, per sghi-sare le gambe (o meglio per sentire un po’ meno male nelle piante e nelle punte dei piedi), che agitarle una per una e far riprendere la circolazione anche lì. Ricordiamo infatti che proprio nelle gambe si registrano i famosi “ghostbuster” ovvero i tremolii più o meno forti che derivano dalla combinazione dei fattori mancanza d’ossigeno, tetanizzazione muscolare e a volte anche crescente paura di volare. Da Pareti 67, Andrea Gennari Daneri

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: