James Webb e “Dreamtime” (e dello spreco di energia quando non è il momento)

A scanso di equivoci, non scriviamo “in critica” a James Webb, del quale tra l’altro apprezziamo la straordinaria capacità di anticipazione sulla roccia, che lo ha portato a flashare finora diversi 8b boulder, affermandolo non soltanto come uno dei più forti del giro boulder mondiale ma soprattutto come uno di quelli che scalano meglio. Approfittiamo invece della sua vicenda su “Dreamtime” a Cresciano, storico 8c di Fred Nicole, per lanciare una piccola provocazione che risulterà evidente appena spiegato cosa è successo a James.  Quattro anni fa si era “ucciso” di tentativi senza riuscire a chiudere il lungo blocco, con un po’ della frustrazione allegata che ben tutti conosciamo quando proviamo a lungo e invano qualcosa; poi, nei giorni scorsi e in modo casuale visto che la destinazione originaria era una Bleau infrequentabile per la neve, il ritorno in Ticino e un nuovo tentativo su “Dreamtime”, che stavolta è andata via fluida e praticamente subito (bravo). La domande provocatorie sono quindi le seguenti e sono tra loro collegate: quante volte la voglia di realizzare un progetto (di boulder o con la corda non importa) ci fa confondere il realizzabile con l’attualmente realizzabile? Quanto è vero che sia poi così importante allenarsi sul project piuttosto che separatamente a secco oppure facendo altre cose? E’ poi vero che le teste sono tante, milioni di milioni, ma lo stress mentale dei tentativi in fumo è più o meno utile rispetto al minor stress del tentare progetti più abbordabili? E infine: quanto costa alla comunità verticale, in termini di unto e di usura della roccia (e di occupazione dei tiri) la voglia di confrontarsi con un progetto ancora troppo lontano? AGD

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